Mirko Tondi. Un quadro che chiama.

di Elisa Zuri

 

 Questo è il tuo secondo racconto scelto da con.tempo. Cos’è cambiato nel tuo approccio ai racconti rispetto alla prima esperienza?

Non molto, a dire il vero. Scrivo racconti con una certa continuità, è la forma che mi consente di esprimermi meglio. Alcuni di questi li lascio nell’hard disk del computer anche per anni prima di proporli a concorsi e selezioni. Altri li scrivo appositamente, quando certe tematiche mi stuzzicano e quando sento che su quegli argomenti ho qualcosa da dire, secondo il mio stile. In quest’ultimo caso, c’è sempre lo sforzo di attenersi al limite di battute, ma quello riesco a gestirlo piuttosto bene.

 

Nel tuo racconto si parla di quadri e tele. Come ti avvicini ad un’opera d’arte visiva?

Nello stesso modo in cui mi avvicino a un libro, a un disco o a un film. C’è una parte di curiosità e scoperta; e un’altra più analitica, di studio. Ci sono opere che mi chiamano a voce alta, mi chiedono di rimanere a guardarle, altre che invece mi sussurrano e basta. Mai opere d’arte che mi lasciano completamente indifferente.

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Un quadro ti parla come un racconto? Cosa è diverso?

Sì, perché credo che ogni quadro racconti una storia. Alcune storie sono più in superficie, evidenti, mentre altre sono nascoste nei dettagli, nei giochi di luce e di ombre, oppure tra una pennellata e l’altra. Cito spesso dipinti nelle cose che scrivo, perché dalle immagini si formano delle riflessioni e da quelle qualcosa di concreto: parole che si uniscono le une alle altre. Nel mio romanzo “Nelle case della gente”, per esempio, Vermeer, Friedrich e Seurat mi hanno ispirato dei veri e propri concetti, messaggi che volevo far arrivare al lettore. Quindi direi che la pittura e la scrittura sono due forme d’arte certamente diverse ma comunque legate a filo doppio dalla capacità di raccontare qualcosa e di lasciare un senso, un significato.

 

Come costruisci i tuoi personaggi?

Non sono uno di quelli che sta molto a studiare a tavolino come sarà questo o l’altro personaggio. Mi piace che emergano via via dalla pagina con le loro caratteristiche. Spesso mi accorgo di non aver previsto che il personaggio fosse come realmente si rivela, ma di fatto succede. È una specie di magia per cui arrivi dal punto A al punto Z senza aver pensato ai punti intermedi. Quello che mi piace è comunque partire da qualche vezzo, mania, da una mancanza del personaggio e giocarci su, generando un conflitto che possa portare la storia laddove si fa più interessante.

 

Lo possiamo dire: nel tuo racconto incontriamo Van Gogh. In tanti, in letteratura e teatro, ne hanno scritto. Qualcuno ti ha ispirato in particolare?

Direi di no. So che Van Gogh è forse il più “commerciale” dei pittori, insomma chi è che non conosce un suo dipinto? Ma in questo caso era il giovane Van Gogh che mi interessava, quello che dipingeva poveri lavoratori distrutti dalla fatica, uomini senza volto e rappresentanti delle classi più povere. A ispirarmi sono stati i dipinti stessi, come in altri racconti che sto scrivendo l’ispirazione viene da Hopper, Dalì o da altri ancora.

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Cosa provi quando qualcosa di tuo viene pubblicato? Voglio dire: ti viene mai la voglia di riprenderti il tuo racconto sotto braccio e andartene?

C’è una specie di eccitazione febbrile in questo. Di sicuro ci sono cose che ho pubblicato che farei sparire dalla circolazione, lo ammetto; si tratta di scritti immaturi, più ingenui, in cui non mi riconosco più. Ma oggi credo di avere uno stile più solido e quindi anche maggior controllo su cosa mandoin stampa. Mi piace che altre persone leggano quello che scrivo, il lato narcisistico della faccenda c’è eccome. In fondo, non è per la volontà di essere letti da tutti che scriviamo?

 

Nel tuo racconto c’è una soffitta polverosa. Se Mirko Tondi venisse scoperto e portato fuori da una soffitta così, dove vorrebbe andare?

Bella domanda. I grandi palcoscenici non mi interessano e mi mettono ansia solo a pensarci. Ma mentirei se non dicessi che vorrei andare in un posto in cui si scrive e si legge, si guardano film e opere d’arte tutto il giorno; e lo si fa per lavoro. Un posto in cui tu leggi quel racconto e dici: “Ehi, ma questo stile lo riconosco!”

Francesco Bencini. Una persona che scrive

di Sergio Villani

 

Rompiamo subito il ghiaccio: raccontaci un episodio che possa farci capire chi sei.

Domanda non facile per uno come me, non abituato a parlare di sé. Sicuramente una buona fonte di episodi significativi è la mia grande passione, mi accompagna ormai da circa vent’anni, le arti marziali, il tai chi in particolare, di cui sono diventato insegnante. Non credevo fosse una strada che sarei stato in grado di percorrere, ma ora mi è impossibile immaginare un futuro senza le soddisfazioni e l’affetto che riescono a trasmettermi i miei studenti: a volte a parole, a volte con un messaggino o anche con un semplice “grazie”.

 

Come si è evoluto il tuo percorso di scrittore?

Mi fa strano parlare di me come scrittore, se non semplicemente come persona che scrive nel senso più lato del termine. Quando scrivo è soprattutto come esternazione di alcuni pensieri che occupano i pensieri: metterli nero su bianco mi aiuta a riordinare le idee. Onestamente, è da poco che mi sono cimentato nella scrittura di racconti, finora le uniche cose che avevo scritto perché fossero lette erano delle composizioni in rima per qualche amico o filastrocche, ai tempi del liceo, per non lasciare il compito di matematica in bianco. Scrivere racconti è un’attività che mi piace e mi diverte, quindi confido di continuare a farlo: lo staff della redazione è avvertito!

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Hai un genere preferito?

Non direi di avere un genere preferito. Mi piacciono i gialli: seguire il percorso delle indagini, farne uno mio e vedere se alla fine era corretto. Diciamo che generalmente evito romanzi con un linguaggio troppo descrittivo o romanzi con trame leggere. Vorrei solo avere più tempo per leggere, considerando che sono alla fine del mio percorso di studi e quando leggo è sempre un libro per l’università.

 

Come nasce l’idea per il racconto che ci hai inviato?

Il racconto nasce da una serie di idee buttate un po’ alla rinfusa su un pezzo di carta. Il tema proposto mi ha intrigato e volevo elaborare qualcosa che uscisse dal contesto ‘teatro’, che mi sembrava l’idea più facile da sviluppare, ma anche la meno attraente. Ho pensato a chi potesse agire nell’ombra, ai vari contesti nei quali ciò avviene fino ad arrivare al campo dell’editoria; allora ho visualizzato la figura del ghostwriter, immaginandone la frustrazione di dover stare sempre nell’anonimato senza mai poter godere dei meriti di ciò che scrive.

 

Il protagonista del racconto vive nell’ombra, ma con la volontà di essere famoso; cosa saresti disposto a fare per realizzare il tuo sogno più grande?

A gettare qualcuno in piscina! Scherzo. Penso farei tutto ciò che non vada contro la mia etica: non convivo bene con i sensi di colpa, preferisco avvicinarmi il più possibile alla realizzazione di un sogno ed essere a posto con la mia coscienza piuttosto che raggiungerlo ed essere inquieto.

 

Nella tua vita ti è mai capitato di vivere dietro le quinte?

Qualche volta; una volta ho anche fatto il ghost-translator, termine che non credo esista. Per fare un po’ di esperienza ho fatto una traduzione a nome di un’altra persona, ma, a differenza del protagonista del mio racconto, io ero soddisfatto così. Al liceo, invece, ho passato qualche compito, anche se in realtà molti ero io a copiarli. In generale non mi capita spesso di farlo, ma quando succede cerco di non far trapelare niente all’esterno, in modo da poter agire liberamente nell’ombra.

 

Quali libri metteresti in valigia per un lungo viaggio?

Probabilmente me ne porterei pochi, alcuni che ho veramente apprezzato, come per esempio “Il vecchio e il mare” ed altri che mi hanno sempre incuriosito e che avrei finalmente il tempo di leggere, come qualche autore sudamericano come Cortázar o Márquez. In un lungo viaggio probabilmente cercherei di godermi l’esperienza e magari mi porterei tanti fogli bianchi ed una penna, cosicché ne possa scrivere e averne memoria.

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Quale scrittore del passato vorresti essere?

Ernest Hemingway, magari con un epilogo differente. È uno scrittore che ho conosciuto durante il mio percorso universitario e che ho subito apprezzato. Non nego che parte del merito vada anche al professore che teneva il corso. Mi piace molto il suo modo di scrivere, diretto, senza troppi fronzoli, ma incredibilmente efficace. Inoltre non si può dire che Hemingway non abbia vissuto una vita piena di esperienze indelebili, viaggiando in giro per il mondo.

 

In futuro pensi che riuscirai laddove il tuo protagonista non ha avuto successo: pubblicare un tuo libro che ti renderà famoso?

L’idea non mi dispiacerebbe affatto, non riesco neanche a immaginare quanto possa essere gratificante poter diventare uno scrittore. Vedere che le persone apprezzano ciò che scrivi, che riesci a trasmettere delle emozioni e a trascinarli in una storia con le parole. Ma preferisco essere realista, ad ora scrivere rimane un piacevolissimo hobby, che sono deciso a continuare. Magari un giorno pubblicherete un mio nuovo racconto e sarò ancora più entusiasta, poi basta, altrimenti mi monto la testa, compro una villa con piscina e assumo un ghostwriter. Forse non è una buona idea!

Elena Lampugnani. Intrecci di piccoli gesti rituali

di Elisa Zuri

 

Elena, complimenti per il tuo primo racconto con con.tempo! Svelaci qualcosa di te. Tre note.

La prima nota è il legame con la mia terra d’origine, la Brianza: una terra bella, anche se poco valorizzata e un legame fatto di tradizioni, di laboriosità, di lingua, di lessico, di dialetto parlato con le nonne. La seconda nota è l’amore per il mio lavoro, quello di insegnante e, in particolare, il piacere di passare tre, quattro, cinque ore al giorno con ventotto ragazzini tra gli undici e i quattordici anni che, presi nel verso giusto, riescono sempre ad insegnarmi tanto. La terza nota è la passione per l’arte e, nello specifico, per l’architettura, la scultura e la pittura romaniche: San Miniato al Monte è la meta di molte mie domeniche fiorentine come lo era, quando stavo in Brianza, la basilica di San Pietro a Civate, in provincia di Lecco. Ci sarebbe anche il teatro, ma saremmo alla quarta nota. E non vorrei sforare!

 

Una cosa irrinunciabile che proprio non puoi non fare la mattina prima di uscire.

La mattina non esco di casa senza aver fatto una colazione come si deve: caffè, latte o tè, dipende dalle voglie del momento. L’importante è avere a disposizione un bel po’ di biscotti gnucchi da puciare (dal brianzolo: biscotti secchi da inzuppare). Un altro quarto d’ora lo dedico all’abbinamento del blu oltremare con la carta da zucchero!

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Dal tuo racconto, abbiamo l’impressione che la nostra sia una generazione più ossessivo-compulsiva di altre. È così?

La nostra è una generazione piena di paure. Talvolta reali, talvolta indotte. Certi rituali ossessivo-compulsivi servono ad esorcizzarne alcune, forse.

 

Cosa vorresti che un tuo racconto stimolasse in chi legge?

Mi basterebbe che qualcuno vi si riconoscesse, anche in parte. Mi aiuterebbe a sentirmi un po’ meno sola.

 

Nel racconto, con attenzione estrema, hai registrato tutti gli istanti di un momento di vita quotidiana. È questa la tua primaria fonte di ispirazione?

Mi incanto ad osservare le persone: in treno, in autobus, al ristorante, nei negozi, per la strada. E mi accorgo di soffermarmi a cercare una spiegazione ai loro gesti. Così come provo (non riuscendoci) a dare una spiegazione ai miei. Attraverso la scrittura, mi piace rendere la quotidianità, ma mi piace soprattutto la ricerca delle parole giuste, del loro suono e del loro colore.

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Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Qualcuno di loro ti ha aiutato a trovare la tua strada verso la scrittura?

Sono insegnante di lettere e mi sento in dovere di citare i classici anche se, con il passare del tempo, faccio sempre più fatica a leggerli per conto mio. Per fortuna il lavoro mi costringe a non abbandonarli mai e ad apprezzarli ogni anno in modo diverso, a seconda della classe con cui li condivido. Il mio preferito resta Luigi Pirandello (sulla pagina e sul palcoscenico), un buon osservatore dell’umanità, mi pare. Insieme al Manzoni dei Promessi Sposi. Ho anche degli amori “gialli”. La Milano di Giorgio Scerbanenco, ad esempio. Ma anche i commissari Montalbano (Andrea Camilleri), Bordelli (Marco Vichi), Charitos (Petros Markaris). Nell’ultimo anno ho riscoperto anche Andrea De Carlo, un autore che mi consigliò, al liceo, il mio professore di letteratura: al di là degli intrecci, credo mi affascini la sua capacità di rendere i personaggi quasi tangibili.

 

Ci hai fregato e costretto ad ammettere di essere tutti un po’ prede di meccanismi ossessivi. Ci possiamo salvare?

Certo che no! L’importante è acquisirne consapevolezza. E conviverci con serenità.

Alessio Del Debbio. Tutti scriviamo per essere letti

di Sergio Villani

Proviamo a conoscerci meglio: usa una sola frase per descriverti.

Ti rispondo con una citazione da “Il signore degli anelli”: La via prosegue senza fine, lungi dall’uscio dal quale parte. A me piace seguire la via e sperare che non abbia fine, conoscere luoghi e persone, osservare, capire e poi, magari, rielaborare su carta.

 

Scrivere è un passatempo o qualcosa di più?

Scrivere è vivere, scrivere è viaggiare, scrivere è una passione. Mi è sempre piaciuto scrivere, fin dai tempi dei temi delle superiori (sempre di otto colonne e spesso consegnati “in brutta”, dato che non avevo tempo di ricopiarli, con gran disperazione della mia professoressa che doveva faticare non poco a leggere la mia scrittura!), una passione che ho coltivato leggendo, documentandomi, seguendo corsi e laboratori di scrittura, ma soprattutto dando libertà alla mia mente e alla penna (ora alla tastiera, ahimè) di creare, ogni volta, mondi fantastici. Scrivere è il mestiere più bello del mondo e il più libero, perché ti permette di spaziare tra tempi e luoghi senza restrizioni, generare mondi, modellare persone e caratteri, far cadere imperi e innalzare onori a nuovi Dei. Credo che gli scrittori “veri” siano proprio coloro che amano e sono appassionati di ciò che la penna può creare, sia per diletto che per lavoro, ma sempre con il cuore.

 

Il racconto che ci hai inviato ha una genesi particolare?

“Il mercante di sogni” è ispirato a varie leggende locali, note nella zona delle Apuane e della Lucchesia. Mi piaceva scrivere un testo che fosse sia fantastico che ambientato in questa zona.

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Ti capita spesso di prendere spunto da racconti e leggende tipici dei luoghi che descrivi nei tuoi racconti?

Molti dei miei racconti fantastici sono ispirati a leggende locali. Un modo, da un lato, di ricordare vecchie leggende e evitare che vadano perdute, e dall’altro anche di valorizzare il territorio, scegliendo ambientazioni locali e non le solite cittadine americane. Tutte le leggende citate in “Il mercante di sogni” sono ben note nella mia zona, dagli streghi sui Serpenti Volastri alle fate della cascata dell’Acquapendente fino a Lucida Mansi. Mi sono soltanto limitato a “romanzarle”.

 

Come dici tu, il protagonista del racconto è il Diavolo, ma a ben guardare egli appare un “santo” in confronto agli uomini; qual è la tua considerazione dell’essere umano?

L’uomo crea i suoi demoni. Bene e male sono soltanto concetti e idee che mutano nel tempo e nelle società. Per cui anche il Diavolo non è altro che la rappresentazione di un’insoddisfazione insita nell’animo dell’uomo che, non pago di ciò che ha, vuole sempre di più, vuole altro, creando le sue ambizioni e cercando un modo per realizzarle. Lui ne è consapevole e sfrutta quindi le debolezze degli uomini che, quasi sempre, tendono a cedere, preferendo la via più facile, anziché resistere e lottare, seguendo magari la via più dura e impegnativa. Ho una bassa considerazione, quindi, dei deboli d’animo, dei lassisti e di chi non ha abbastanza coraggio da lottare per cui crede, al contrario apprezzo i (pochi) altri.

 

Questa domanda è d’obbligo: venderesti la tua anima al Diavolo pur di diventare uno scrittore di successo?

Beh, dovremmo definire quando uno scrittore è di successo. Certo, tutti scriviamo per essere letti, per comunicare, per portare un messaggio, ma alla luce della realtà editoriale italiana, e del basso tasso di lettura diffuso, credo che più che di numeri uno scrittore debba ragionare in termini di qualità, forza e originalità del messaggio. Per cui, personalmente, apprezzerei di più ritrovarmi con un circolo fedele di lettori, aperti, appassionati, curiosi, che non una massa di seguaci ma che non ha idea di cosa scriva davvero. In tal caso magari un pensierino potrei farcelo.

 

Qual è il libro che ti ha fatto innamorare della letteratura?

“Lo hobbit” di Tolkien, primo libro che ricordo di aver letto. Era uno di quei libri “del comodato” che davano alle medie, per invogliare alla lettura, e nel mio caso ha funzionato tantissimo. Penso di averlo divorato in pochi giorni. Mi ha dato la spinta per avvicinarmi alla lettura e approfondire il genere fantastico, sia con altri libri di Tolkien che di altri autori, stranieri e italiani.

 

Quale scrittore vorresti come tuo mentore e perché?

Luca Tarenzi. Perché è geniale, frizzante, originale e ha dato una ventata di aria fresca alla letteratura fantastica italiana, ricordandoci che l’urban fantasy non è (soltanto) Twilight ma anche storia, mitologia e leggenda. Adoro e ammiro il modo in cui imbastisce le sue storie, attingendo elementi dalle più diverse mitologie e culture, mescolandoli a leggende locali e a eventi storici, creando romanzi che, pur nella loro cornice fantastica, sembrano reali. Da questo punto di vista è stato un vero e proprio maestro. Credo che non riuscirò più a fare un giro per Milano senza immaginare che in quella strada o su quel palazzo c’è stata una battaglia tra angeli e demoni o il risveglio di qualche creatura sovrannaturale.

 

Ultima domanda: come hai scoperto “Con.tempo” e quale consiglio ci daresti per migliorarlo?

Grazie al mio insegnante di Scrittura Creativa, Mirko Tondi, che ci ha portato a far leggere il numero uno della rivista, contenente un suo racconto. L’ho trovata subito ben fatta, piacevole da sfogliare ma anche da presentare, un modo per veicolare cultura e raggiungere potenziali lettori, invogliandoli con letture veloci. Personalmente continuerei con questa strada, con riviste brevi e numeri a tema.

dove trovare il #numerodue

 

Vi siete già accaparrati una copia del #numerodue? Se la risposta è no, qui sotto vi indichiamo dove potete trovare la rivista.

Nei prossimi giorni tornate a consultare questa pagina perché verrà aggiornata con regolarità.

con.tempo è una rivista numerata e abbiamo stampato solo 999 copie. In ogni luogo, lasceremo 15/20 copie. Una volta terminate non saranno più disponibili.

 

Firenze

Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Lettere e Filosofia, Piazza Brunelleschi

Mensa Universitaria Sant’Apollonia, via S. Reparata

 

Caffè Letterario Le Murate, Piazza delle Murate

Cardillac Cafe, via degli Alfani, 57

Cioccolateria Le Coccole, via de’ Ginori, 7/R

L’arte del sogno Caffetteria, sala da tè, designer di interni, Borgo la Croce 24/26R

Plaz Florence, via Pietrapiana, 36

Un Caffè, via C. Battisti, 2/R

 

Biblioteca Palagio di Parte Guelfa, Piazzetta di Parte Guelfa

Biblioteca delle Oblate (caffé e scaffale del libero scambio), via dell’Oriuolo

 

Rasoi Hair Jazz, via Ghibellina

 

ZAP – Zona Aromatica Protetta, Piazza Santa Maria Maggiore

 

Pontassieve

Biblioteca comunale, via Tanzini, 30

 

Scandicci

Biblioteca Civica di Scandicci, via Roma

Bibliocoop Scandicci, Viale Nenni

Libreria Centrolibro, Piazza Togliatti

 

 

 

 

 

Sergio Ragno. Uno a cui piace inventare storie

di Elia Spiga

Ultimo, ma certamente non ultimo, autore del #numerodue di cui pubblichiamo un’intervista proprio il giorno della presentazione: l’ultimo. Sergio Ragno ha scritto uno dei racconti più stranianti di questo numero di con.tempo e qui ci facciamo raccontare da dove nasce.


Sergio Ragno, ci racconti brevemente: cosa fa nella vita? Dove vive?

Ho fatto molti mestieri nella mia vita e sono stato in molti posti, tanto all’estero. Sono laureato in mediazione linguistica con una specializzazione in cultura anglo americana. Vivo ad Abbiategrasso e sono un impiegato di un’azienda farmaceutica e per due sere a settimana insegno scrittura creativa presso un ente provinciale.

 

Quando ha scoperto dentro di sé la passione per la scrittura e l’arte di potersi esprimere attraverso racconti e, più in generale, il linguaggio?

Sin da bambino mi piaceva inventare storie, quindi direi più che una passione la mia è una consapevolezza di essere uno a cui piace inventare storie. Quando sono cresciuto ho cominciato a scrivere, ma non sono mai stato soddisfatto di quello che scrivevo. Mi sono poi iscritto a un corso di scrittura creativa a New York e ho capito cosa dovevo fare per migliorarmi, questo mi ha permesso di pubblicare un libro di narrativa due anni fa dal titolo “Io m’infilo dappertutto” ed entro quest’anno si prevede una nuova pubblicazione. La narrativa per è una necessità atavica. Si raccontano storie hai bambini per prepararli al mondo che troveranno fuori dalle mura di casa, per fare capire loro che “il mistero non li ucciderà” come diceva Bernard Malamud. Se ci si pensa l’uomo racconta storie ai suoi bambini sin dagli albori della civiltà, sin da quando abitava le caverne e cercava di rappresentare il mondo esterno attraverso i disegni e le incisioni ritrovate sulle pareti come quelli di Lascaux. Per me quei disegni, oltre a essere delle opere d’arte, sono anche la prima forma di scrittura narrativa.

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Cosa pensa della letteratura e del mondo dell’editoria contemporanei?

Leggo quasi esclusivamente letteratura americana considerando il mio percorso di studi. Qualche volta mi capitano sottomano autori europei, ma molto raramente sono italiani. Credo che il mondo dell’editoria italiana sia intasato da troppa cattiva letteratura, una letteratura più legata allo ‘scrittore personaggio’ che ai personaggi di uno scrittore. Quei pochi bravi fanno fatica a farsi spazio perché hanno poco appeal dal punto di vista del marketing. Vende di più un libro di cucina, per intenderci, e questo forse è lo specchio di una società, quella italiana, impoverita dal punto di vista culturale. Anche se questo può creare un po’ di scoramento da parte di chi scrive guardandosi in giro, poi si trovano iniziative come la vostra e, alla fine, non bisogna mai smettere di sperare.

 

Da quale bisogno interiore nasce la sua voglia di scrivere?

Non lo considero un vero e proprio bisogno in senso stretto. Lo scrivere è qualcosa che c’è sempre stata nella mia esistenza. Fa parte della mia vita e la considero parte delle mie attività primarie come respirare, bere, mangiare e fare l’amore. Tutte cose che una persona fa naturalmente, senza sentire la pesantezza di averne “bisogno”.

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Da quali esperienze è nato il suo racconto ” Non so usare le parole” pubblicato sul #numerodue della nostra rivista?

Lavoravo in un giornale alla redazione degli esteri e mi è capitato di lavorare su una notizia d’agenzia che proveniva dal Pakistan. C’era stato un attentato in un mercato che aveva fatto molti morti e feriti. Il reporter, nel suo resoconto, si è soffermato nella descrizione di un bambino di quattro anni che aveva perso le braccia, la vista e l’udito. Mi sono chiesto come avrebbe fatto a sopravvivere un bambino ridotto in quello stato e quale senso di quelli rimasti avrebbe sviluppato di più e così mi sono calato in quella situazione, un’immedesimazione vera e propria.

 

Che cosa voleva comunicare con questo racconto? Quali contraddizioni o temi voleva far emergere dalla sua storia?

Si può pensare che sia una condanna alla stupidità della guerra, ma non è così, anche perché l’attentato è stato solo il pretesto per la storia, quello che tecnicamente viene chiamato MacGuffin. In realtà il tema centrale è un’affermazione dell’inarrestabilità della vita e che l’uomo, anche con evidenti problemi fisici, rimane comunque un uomo, cioè un essere mai completamente buono e mai completamente cattivo.

Fernando Fazzari. Lavatrice e penna

di Carlo Benedetti

Fernando Fazzari è uno dei tre autori che hanno pubblicato più di una volta su con.tempo. Questo ci rincuora: ci fa sperare che chi scrive bene non lo faccia soltanto per un caso fortunato. Qui lo abbiamo intervistato, facendoci raccontare cosa ha combinato nel frattempo.

 

La scorsa volta ci parlavi del movimento ‘connettivista’. Ne fai ancora parte e come sta crescendo?

Ne faccio ancora parte, certo. Gli ultimi anni sono stati molto produttivi, con i romanzi di Lukha B. Kremo, Sandro Battisti, Giovanni Agnoloni, Francesco Verso e Giovanni De Matteo. L’ultima iniziativa cui ho dato il mio contributo è stata “Next-Stream”, una raccolta di racconti pubblicata da Kipple Officina Libraria, in cui proviamo a portare in ambito mainstream le suggestioni del Fastastico e della Science Fiction di cui si è sempre nutrito il movimento.

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Ci sembra che la forma racconto negli ultimi tempi stia acquistando terreno anche in Italia. Nascono nuove riviste, siti web, approfondimenti. Sei d’accordo?

Hai ragione. Ma da qui a convincere certa editoria a scommetterci su, ce ne vuole.

 

Madri è il secondo racconto che pubblichi con noi. Raccontaci: com’è stato il lavoro di editing?

Utile, come ogni buon editing. Avere due editor – affiatati e con le idee chiare – al lavoro sul racconto mi ha permesso di passare al setaccio “Madri” in maniera efficace e nel minor tempo possibile.

 

Rispetto al tuo primo racconto, Un battito di ciglia, ci sembra che Madri sia venato di una malinconia nuova. Abbiamo ragione?

In realtà, fra i due scritti per con.tempo, quello anomalo è “Un battito di ciglia”. “Madri” si avvicina di più ai toni usuali della mia scrittura.

 

Fra meno di un mese si terrà l’annuale fiera del libro di Torino. Sogniamo un po’: se tu potessi aprire una casa editrice tutta tua e portarla in fiera, che tipo di libri vorresti pubblicare e vedere esposti?

Il mestiere dell’editore, con tutti i rischi e i giri di schiaffi che comporta, non so se lo farei, davvero. Fantasticando dico: romanzi brevi, di non più di 150-180 pagine, una casa editrice a collana unica, la chiamerei “Piccolo Blues”, come il capolavoro di Manchette. Libri che sappiano suonare bene la “blue note”.

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Si dice spesso che in Italia si pubblica troppo e si legge poco. Perché scrivere è così importante?

Non so. Forse ha a che fare con un certo narcisismo e voglia di celebrità tipica del nostro paese che, necessariamente, trova sbocco in un business. O forse no. Ma – com’era? – a pensar male si fa peccato, ma…

 

Dove scrivi di solito? A mano, alla tastiera o come?

Appunti a mano, il resto in gran parte alla tastiera. Ho uno studiolo che divido con mia moglie, fotografa e designer. Potessi, affitterei uno studio tutto per me. In ogni caso, ho scommesso sulla mia dolce metà: un giorno lei avrà il suo open space, bello e soleggiato, e io avrò completo dominio sulla casa. Lì avrò finalmente raggiunto il mio vero obiettivo: fare lo scrittore-colf. Lavatrice e penna. Romanzi e soffritti. Liste della spesa. Scrittura a tutto tondo, insomma.

 

Andrea Costantini. Saper cambiare è essere liberi

di Elisa Zuri

Andrea Costantini ha scritto per noi “Solchi” un racconto pieno di notte e poesia. Lo conosciamo un po’ meglio, in attesa di leggerlo.

Andrea, iniziamo con qualcosa di personale. Che spazio ha la scrittura nella tua vita? Cosa fai nel resto del tempo?

La scrittura ha lo spazio di un piccolo tavolo che era di mia nonna. Un mobile che mi segue da tanti anni in tutti i traslochi. Sopra c’è sempre la stessa lampada. Nel resto del tempo: una scuola di specializzazione in psicoterapia, due lavori, un tirocinio, la corsa, il traffico di Roma.

 

In quali circostanze più naturalmente riesci a scrivere?

Solo. Di mattina con la luce bianca o di notte con il buio. Sul treno. Nelle camere degli hotel. L’idea di me che scrivo è comunque ancora oggi legata alla mia camera dell’adolescenza, a Chiusi, con la finestra aperta sui campi di notte. Qualche zanzara e i cani che latrano.

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Come ti sei approcciato al tema “Simmetrie”?

A saltelli. Per contrasto. Sono attratto dalle cose asimmetriche, come le facce. Niente mi angoscia di più della perfezione apparente. Per non esserne vittime occorre riconoscere l’asse di simmetria. Nel mio racconto è tracciato da un camion che trasporta bestiame all’alba.

 

Nel tuo racconto, Solchi, questo ‘asse di simmetria’ porta il protagonista ad un cambiamento di vita radicale. Qual è il tuo rapporto con i cambiamenti?

Li ingoio. Ho cambiato vita almeno due volte. Stravolgimenti, nuovi inizi e rivoluzioni. Sto imparando a scolpirmi, a togliere tutto ciò che non occorre. Saper cambiare è essere liberi. Studio psicoterapia, la possibilità del cambiamento è un credo per me.

 

Sei più attratto da un after in discoteca o da un tramonto in cima alla collina?

Da una festa al tramonto in cima alla collina, con tutti i miei amici, si balla scalzi e si beve guardando il sole che si congeda.

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Come ti senti all’idea che un tuo racconto venga letto ad alta voce e condiviso?

Mi sento come un padre alla prima recita del figlio. Anche se questo racconto ormai appartiene a chi lo leggerà e immaginerà per il protagonista una faccia diversa da quella che ho pensato io. Sono curioso di sentirlo riempito da una voce diversa dalla mia.

 

Un desiderio?

Ora che l’ho immaginata, voglio subito fare la festa che ho descritto prima, ma anche tornare una sera a Chiusi per scrivere due righe di notte.

Marco Parracciani. Scrivere è una scusa per viaggiare

di Alberto Di Matteo

Continuiamo ad incontrare le voci del nuovo numero di con.tempo. Marco Parracciani si racconta e, davvero, ci fa piacere stupirci di quello che fa.

 

Marco Parracciani, ci racconti: lavora? Studia? O entrambe le cose?

Ho ventinove anni, abito in Mugello e il prossimo lunedì mi laureo in Infermieristica a Firenze. Ho già una laurea in Media e Giornalismo e ho sempre lavorato nell’ambito della comunicazione fra giornali, soprattutto sportivi, radio e televisione locali. Nel 2011 ho deciso di tornare a un mio vecchio amore rimettendomi totalmente in gioco e mi sono iscritto nuovamente all’università; fra pochi giorni sarò un infermiere a tutti gli effetti, non avrei potuto fare scelta migliore di questa. Ogni tanto ritornare sui propri passi fa più che bene.

 

Dove vive? E dove ha vissuto? E in che modo i luoghi dove vive e ha vissuto hanno influenzato il suo scrivere?

Sono nato a Castel del Piano, un piccolo paese sul Monte Amiata in provincia di Grosseto ma ho vissuto gran parte della mia vita fra Firenze e il Mugello; l’anno scorso sono andato ad abitare per quattro mesi in Finlandia per dei tirocini universitari ed è lì che si è risvegliata definitivamente la mia passione per la scrittura, che avevo chiuso in un cassetto tornando sui “banchi universitari”. Sarà stato l’ambiente stimolante o l’affrontare una nuova esperienza ma non ho resistito, ho aperto un blog e sono tornato alle mie origini, riprendendo racconti vecchi di anni e ricominciando a pensarne di nuovi; devo ringraziare la Finlandia se sono tornato a scrivere seriamente.

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Scrivere perché? A quale suo bisogno corrisponde?

Scrivo perché mi piace, anche se in realtà penso sia un retaggio genetico. Mia madre ha lavorato per molti anni in varie Case Editrici italiane e ho una casa letteralmente piena di libri; lettura e scrittura sono sempre state due compagne fedeli in ogni periodo della mia vita e il “bisogno” di scrivere deriva soprattutto da ciò. In più sono molto curioso e considero la scrittura il mezzo ideale per documentarsi e approfondire qualsiasi argomento, mettendo in pratica ciò che si è, per così dire, imparato. E perché no, è anche una scusa in più per viaggiare!

 

Da cosa è nato “Come pesci fuor d’acqua”, il racconto pubblicato sul nostro #numerodue?

Ho visto il tema del numero due sul sito della rivista e mi è piaciuto da subito, svilupparlo per me è stata una vera e propria sfida. Prima di scrivere “Come pesci fuor d’acqua” avevo fatto un paio di prove ma non mi convincevano del tutto; mi sono messo a preparare la cena e ho visto Klaus, il mio pesce rosso, che sguazzava di fronte a me come sempre. Ho smesso di prepararmi da mangiare, sono tornato di corsa al computer e ho iniziato a scrivere.

 

Dicono che in quello che si scrive c’è sempre qualcosa di autobiografico. Il racconto narra la simmetria tra la prigionia di un soldato e quella di un pesciolino rosso. Se ce lo può dire, cosa c’è della sua vita in questa storia?

Ho quasi sempre scritto racconti biografici, sia per me che come esercizio quando ho frequentato nel 2010 un corso di scrittura creativa. Questa è la prima volta che mi sono cimentato in un racconto che, credevo, non parlasse di me, ma quando l’ho riletto la prima volta mi sono accorto di aver scritto il mio racconto più autobiografico. Descrive la mia condizione di questi ultimi tre anni, scanditi da un notevole problema alle ossa. Spesso sono stato costretto a letto ma ciò non mi ha fermato e ho raggiunto tutti i miei obiettivi, al massimo i dolori lancinanti di questi ultimi tempi mi hanno solo rallentato. Ho sempre vissuto la mia esistenza come uno strappo continuo fra cose che volevo e potevo fare con il sottofondo dei miei molteplici problemi fisici che dalla nascita hanno condizionato, e condizionano tuttora, la mia vita, ma fin da subito non mi sono mai precluso niente. A tanti sembrerà una frase scontata, ma è proprio nel cercare di superare i miei limiti che ho trovato la forza per fare tutto ciò che mi passava per la testa, ricavandone soddisfazioni uniche.

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Quali sono le altre sue esperienze di scrittura? Ha già pubblicato? E come si aspetta che possa evolvere il suo scrivere?

È la prima volta che un mio lavoro viene pubblicato, quando è arrivata la mail di conferma non stavo più nella pelle. E la successiva esperienza di editing è stata molto interessante: mi ha messo di fronte al mondo della scrittura professionale, fantastico. Continuerò sicuramente a scrivere; in questo ultimo periodo sono stato assorbito dalla tesi ma fra qualche giorno tornerò a mettermi alla prova con nuove idee e confrontarmi con me stesso con impegno e dedizione, diviso fra i miei problemi di salute e le immense gioie che la mia vita mi regala, come faccio ormai da ventinove anni.

Giuseppe Paolone. Assurdo ottimistico

di Letizia Spiga

Giuseppe Paolone è uno dei tre autori che, per ora, abbiamo pubblicato più di una volta. Ci fa piacere incontrarlo di nuovo e toglierci qualche, ulteriore, curiosità.

L’ultima volta che hai scritto un racconto per con.tempo ci hai detto di averlo scritto seguendo l’ispirazione data dal tema. Anche questa volta siamo riusciti a liberare la creatività che c’è in te?

Mi dispiace, ma questa volta le cose sono andate diversamente, appena scoperto il tema del numero due di con.tempo ho pensato che non avrei scritto niente. Invece, mentre correggevo un vecchio racconto, mi sono accorto che parlava proprio di simmetria. A quel punto mi sono arreso: con un po’ di restyling era pronto per la vostra selezione. Scrivere seguendo un tema credo sia più difficile, ma spesso è il modo migliore per trovare l’ispirazione.

 

Rispetto al tema del nostro #numerouno, ritieni che questa volta abbiamo scelto un tema più complesso da sviluppare?

Per la sua semplicità il tema è più difficile del precedente perché pieno di luoghi comuni che possono fuorviare gli autori, ma al tempo stesso è un ottimo spunto per dare spazio alla creatività e fantasia.

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Leggendo il tuo racconto “Testimonianza di una metamorfosi” salta subito agli occhi il richiamo a La metamorfosi di Kafka. La genesi del tuo racconto è stata influenzata dall’opera di Kafka o di altri autori che hanno scritto sull’argomento?

È tutta colpa di Kafka, lo giuro. Scherzi a parte, le sue opere hanno influenzato tutta la letteratura contemporanea proprio perché non collocabili in una corrente ben precisa. Sono molti gli autori che si sono ispirati al suo modo di scrivere. Io prediligo il lato grottesco delle storie dalle sfumature kafkiane. Credo di essere meno pessimista rispetto a Kafka: il mio racconto può essere definito come “assurdo ottimistico”. Sono stato influenzato di sicuro da Pirandello e Lansdale senza dimenticare il cinema, soggetti come Lynch, Fellini e Gilliam hanno le loro colpe. Nella realtà in cui viviamo, l’assurdo sembra essere diventato realtà. Spesso alterniamo una vita virtuale a quella reale, ed è solo la prima che influenza la seconda e non viceversa.

 

All’interno del tuo racconto si delinea anche un rapporto suocera-genero molto ironico, è frutto della tua esperienza personale o semplicemente un espediente letterario?

Per fortuna non è niente di personale, ho molti esempi tra amici e conoscenti che hanno saputo rendere l’idea e mi sono adeguato, Pirandello insegna. All’inizio il personaggio doveva essere una nonnina svampita, ma il conflitto con i suoceri funziona come espediente dai tempi della Grecia classica, non volevo creare uno strappo.

 

Pensi che le tue esperienze con con.tempo ti abbiano aiutato a crescere come scrittore?

Non lo dico per compiacervi, ma in Italia sono poche le riviste letterarie attente agli emergenti, che li sappiano accompagnare e intuire il loro potenziale. Ci sono tante persone che scrivono, è un’attività che noi italiani preferiamo alla lettura, ma pochi sono quelli che seguono un percorso di accrescimento, o si ha la fortuna di scrivere bene oppure si fa fatica a imparare dai propri errori. Credo di essere migliorato molto rispetto alla precedente esperienza e sto iniziando a capire le dinamiche della scrittura, ma la strada è lunga.

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Quali consigli daresti a qualcuno che intenda cimentarsi con la scrittura di un racconto breve?

Più che consigli potrei dare degli avvertimenti, prima di tutto, bisogna imparare dagli altri, quindi si deve leggere tantissimo, poi bisogna avere lo stomaco forte, ricevere una critica negativa o non passare un concorso possono portare a odiare la scrittura, e pensare che Kafka non era felice di pubblicare i propri lavori. Quando ho cominciato a scrivere credevo fosse la cosa più bella del mondo, lavorare solo sotto ispirazione era un sogno, poi mi sono accorto che più si scrive, più ci si diverte. Potrei suggerire che credere in se stessi è la formula migliore per raccontare storie, ma il problema è capire quando si sta per cadere nell’egocentrismo.

 

Ti senti uno scrittore di racconti brevi oppure c’è un genere che ti rispecchia di più o con cui riesci ad esprimerti meglio?

Una mia amica con la passione per la scrittura mi chiamava “l’ipotattico”, inteso come persona dalla scrittura complessa, infatti, ho iniziato con lo scribacchiare un romanzo che superava le quattrocento pagine e faceva parte di un ciclo di cinque libri. Poi mi sono accorto che i racconti davano più soddisfazione ed erano utili per imparare a scrivere e a valutare le proprie capacità. Ultimamente sono tornato al romanzo per un concorso e ho scoperto che la tendenza a scrivere storie lunghe e complesse non la perderò mai. Il genere che prediligo è il noir perché è presente in tutta la letteratura, anche nelle favole.