Giovanni Ceccanti. Scrivere è una sconfitta

di Alberto di Matteo

 

Fra poche settimane andremo in stampa con il #numerozero di con.tempo. Nel frattempo, ecco la prima di una serie di interviste agli autori che publicheremo. Iniziamo da Giovanni Ceccanti, autore di Una domanda legittima.

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“Sono nato e cresciuto in una casa di campagna tra galline, olivi, nidi di calabroni e giochi solitari – ci risponde Giovanni Ceccanti quando gli chiediamo dei suoi primi anni – e questa infanzia solitaria – prosegue – ha sviluppato in me una naturale tendenza alla sociopatia e all’introflessione, che è quasi la metà del lavoro dello scrittore”.

 

E poi cosa è successo?

“Dopo aver fatto le elementari nel paese più vicino, è iniziata la mia fase cittadina a Firenze. In questo periodo ho cominciato a suonare in gruppo e a dipingere e disegnare con una certa assiduità. Verso lo studio sono sempre stato poco motivato”.

 

Ha fatto qualche incontro importante in questo periodo?

“Due. Una ragazza e un professore che praticamente mi hanno tirato fuori dall’adolescenza”.

 

E poi università, immagino. Lettere? Filosofia?

“No. Per controbilanciare questa mia fase creativa e speculativa non ho scelto Filosofia, come quasi tutti i miei amici. Ho scelto una facoltà che ampliasse lo spettro delle mie curiosità. Così 5 anni dopo mi sono laureato in Scienze Naturali, con una tesi di laboratorio in cui per primo al mondo elaboravo il cariotipo di 3 tartarughe brasiliane di fiume, lo dico più con ironia che con vanto”.

 

Come è arrivato alla scrittura?

“Nel frattempo mi ero lasciato dalla ragazza, la mistica impartita dal professore era esplosa dentro di me e avevo compreso di non poter in alcun modo sopire le mie velleità artistiche. Con la scusa della specialistica mi sono trasferito a Roma e là mi sono dato per la prima volta e senza condizioni alla tastiera del computer. Credo di essere arrivato alla scrittura, e di esserci arrivato così tardi – prima dei ventitré anni non avevo mai scritto una poesia, un diario o una lettera d’amore – per l’esigenza di raccontarmi le mie stesse emozioni e per riuscire a fermarle un momento di più.

 

Così dicendo, lei va incontro alla prossima, fatidica domanda: cosa è per lei la scrittura?

“C’è tutto un lato profondamente malinconico nella scrittura, secondo me. Da una parte, penso che scrivere sia una vera e propria sconfitta, che sia la fine di quel mondo in cui le emozioni si davano senza un perché, senza bisogno di essere raccontate. Del resto nel mio caso è stato anche un cedere ad un bisogno istintivo, dunque ne esce sconfitta anche la mia volontà, con grande gioia del professore mistico”.

 

Lei ha detto: “da una parte… la scrittura è per me tutto questo. Da una parte. E dall’altra?

“Come ho già detto, scrivo fondamentalmente per emozionarmi e per emozionare, è questo che cerco dalla pagina ed è questo che crea un ponte tra scrittore e lettore. La famosa ‘mano tesa’ di cui parlava anche Wallace. Non c’è in me nessuna volontà di narrare una storia o di capire i meccanismi umani, tantomeno di far passare un messaggio o un senso generale o una morale. La storia e il senso, casomai, emergono secondariamente e non sono loro la molla. Molto forte in me è il ‘non posso fare a meno di scrivere’, ingenuo e molto poco professionale. Credo ci sia anche un bisogno di stringere un rapporto più stretto con il mondo che ci circonda, con le persone, e che moltissimo sia da ricollegare anche al bisogno di sentirsi accettati e apprezzati e osannati e deificati. Tutti istinti molto bassi, comunque”.

 

A proposito di “istinti molto bassi”, come è nato il racconto Una domanda legittima?

“Un giorno ho visto questa coppia camminare e lui che toccava il sedere a lei, restando impassibile in volto, come se lo status raggiunto (Marito e Padre) gli impedisse di far trasparire la soddisfazione di un bisogno ancora però ben vivo in lui, per non parlare della figlia piccola cui tutto ciò andava severamente censurato. Ho pensato che fosse un gesto molto forte e carico di implicazioni. Il tutto poi si è ridotto a tre pagine”.

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I suoi racconti di solito nascono così? Hanno un punto di partenza sempre uguale? Oppure nascono da impulsi sempre diversi?

“Ho scritto pochissimi racconti e sono in corso d’opera con un romanzo. Ad oggi ogni racconto è nato da un impulso diverso – un’idea, un’immagine, un’esperienza evocativa. Il bello dei racconti è che possono partire da un punto unico, che possono svilupparsi attecchendo da un solo seme. Nel momento in cui lo si sceglie accade che ogni cosa attorno si pieghi e venga curvata da quello stesso punto. Si potrebbe, a essere grandi scrittori, eliminare anche la parte della scelta e prendere un punto a caso, quindi scandagliarne ogni lato e lasciare che tutto si riporti ad esso, come se fosse un grande specchio della realtà”.

 

Scrivere è attualmente il suo mestiere?

“Chiaramente scrivere non è ancora il mio mestiere, ma ci sto lavorando – mentre in realtà mi abituo alla certa precarietà del mio futuro, tra un posto come cameriere e uno come potino, in onore della mia infanzia”.

 

Quanto e come ri-scrive?

“Sto imparando a farlo. La fase di riscrittura è molto bella, perché finalmente si è lettori e scrittori insieme, si acquisisce cioè quel distacco necessario per dare una forma più comprensibile al testo. È una fase profondamente più artigianale e che fa i conti con la follia della fase d’ispirazione e improvvisazione. Sul muro davanti alla scrivania ho appuntato le 4 fasi dello scrittore, secondo Betty Flowers: matto, architetto, carpentiere e giudice. Solo l’esperienza e il lavoro possono, credo, far imparare a usare la cosiddetta ‘lima’. Sicuramente ci vuole molta umiltà a lasciar perdere e a cancellare parole o interi paragrafi cui si è spesso grettamente affezionati solo perché siamo stati noi a crearli, e ancora più difficile è farlo essendo editor di noi stessi. Perciò spesso faccio leggere le mie cose a giro e chiedo pareri a chi ha più esperienza di me, pur facendo fatica e sputando sangue nel lottare contro la mia (per quanto preziosa) presunzione”.

 

 

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