Il ‘racconto breve’ in scena

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Il racconto breve e brevissimo, si sa, non gode della più alta considerazione nell’ambito della letteratura italiana. E non da ora. E questo nonostante il Belpaese sia la patria di Boccaccio e di Pirandello, del Decameron e delle Novelle per un anno. Le storie brevi, per lo più, sono considerate un sottogenere della narrativa, l’occasione per uno scrittore di affinare e mettere a punto i ferri del mestiere, in preparazione al grande salto verso la prova suprema: la scrittura del Romanzo. Gli editori, poi, sono convinti che le raccolte di racconti si vendano poco e che sia un rischio pubblicarle. All’estero, è risaputo, la situazione è molto diversa. Autori come, Raymond Carver o il recente Premio Nobel Alice Munro, che hanno scritto solo ed esclusivamente storie brevi, sono molto letti, tradotti, conosciuti, riconosciuti e premiati. Nei paesi anglosassoni, esistono riviste cartacee ed online, scuole, blogs, siti internet e premi letterari dedicati solo e soltanto alla difficile arte del racconto breve e brevissimo.

La mia personale ricerca teatrale come attore, regista e drammaturgo mi ha portato ad occuparmi negli ultimi anni quasi esclusivamente della messa in scena di racconti brevi e brevissimi di alcuni grandi maestri del genere: Kafka, Cortàzar, Buzzati, Calvino, Carver e altri ancora. Le storie brevi di questi autori, pur diversissime fra loro, contengono i germi di una potente teatralità. Il fantastico, il mistero, la frammentarietà, il gioco fra i piani di realtà, sogno, passato e immaginazione, la presenza-assenza di certi personaggi, e anche un imminente senso del “qui ed ora” sono tutte caratteristiche che accomunano le opere narrative brevi. E sono caratteristiche che, a mio avviso, quasi naturalmente li portano ad un approdo scenico. Attenzione: si tratta il più delle volte di una teatralità obliqua, anomala, indiretta, occulta, sinistra, una teatralità tutta contemporanea, che ha a che fare più con Beckett che con Shakespeare. Alcuni racconti brevi e brevissimi di un autore come Dino Buzzati, per esempio, ci appaiono adesso molto più contemporanei e più “teatrali” delle opere che lo stesso Buzzati ha scritto appositamente per le scene. La raccolta di schizzi, abbozzi, frammenti, appunti, racconti brevissimi dello scrittore bellunese, contenuti nel volume dal titolo In quel preciso istante, lascia trasparire qua e là delle intuizioni teatrali di una modernità assoluta, degne delle messe in scena di Peter Brook, del primo Ronconi, di Kantor o dei testi pinteriani.

Più in concreto, per portare sul palcoscenico i racconti brevi degli autori citati sopra non si può procedere, a mio avviso, con il classico e tradizionale metodo con cui si adatta per le scene un romanzo, e cioè, per semplificare, tagliare le descrizioni e salvare i dialoghi. Non si può essere così riduttivi! Si rischierebbe di perdere per strada la forza e la natura di alcune storie: quella tensione, quella sintesi fulminea, quel sentimento di genuino stupore che suscitano. Si tratta piuttosto di individuare per ogni racconto le convenzioni formali e narrative adottate dall’autore e trovare dei corrispettivi teatrali di quelle; in altre parole, inventare per ogni specifico racconto una teatralità propria e specifica, un mondo scenico che abbia leggi uniche e ben determinate.

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Obiezione: ma è difficile, se non impossibile, trarre da un racconto breve uno spettacolo intero di almeno un’ora, a meno di aggiungere e gonfiare eventi, situazioni e personaggi, la brevità non gioca a favore della drammaturgia. Nella mia pratica di regista e drammaturgo ho cercato di ovviare a tale obiezione, seguendo due direzioni di lavoro: una per cui ho cercato di mantenere nella messinscena tracce della natura narrativa del testo originario, in questo senso in scena c’è sempre stato qualcuno che raccontava qualcosa, dando spazio e dignità scenica non solo agli eventi raccontati, ma anche all’atto del raccontare, al fine di mostrarne la natura non neutra e profondamente teatrale; l’altra per cui ho scelto di mettere in scena nello stesso spettacolo 3 o 4 racconti, affini per tema, autore o per forme, creando attorno ad essi un’unica situazione drammaturgica che funzionasse da elemento di coesione.

Sono nati così gli spettacoli Frammenti di K., drammaturgia su alcuni racconti di Franz Kafka, andato in scena al Jack&Joe Theatre di Cerbaia (FI) nel 2004, e successivamente Saranno brevi del 2007, in cui approdavano al palcoscenico libere rielaborazioni de I sette messaggeri di Buzzati, Un messaggio dell’Imperatore di Kafka e La salute degli infermi di Julio Cortàzar, e infine Chiamami Cora del 2012, ispirato a un altro celebre racconto dello stesso Cortàzar, andati in scena, questi ultimi, al Teatro Magnolfi di Prato. E sulla stessa linea è nata Di cosa stiamo parlando?, drammaturgia derivata da alcuni racconti di Raymond Carver, un progetto teatrale che attende ancora la propria realizzazione.

Trattare il racconto breve e brevissimo per la scena può aprire interessanti orizzonti per la ricerca teatrale. Non una ricerca fine a se stessa: la storia breve con la sua intensità, con la sua inventiva fantastica, con i suoi improvvisi colpi di scena e ribaltamenti può costringere il teatro a forzare i propri limiti materiali ed espressivi. Infine, il racconto breve in scena può avere il grande merito di portare sul palco e far condividere con il pubblico teatrale storie, personaggi ed autori che altrimenti rimarrebbero confinati nel territorio, pur nobilissimo, della lettura solitaria.

 

Alberto Di Matteo

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