Arturo Mugnai. Scrivere illude, quindi aiuta.

di Daria Porciatti

 

A dir la verità, già ci conosciamo… Infatti sei già stato fra i prescelti del #numerodue di con.tempo. Raccontaci lo stesso qualcosa di te

Già, ci conosciamo bene ormai, cara con.tempo! Sono sempre il neolaureato in psicologia con la passione per la scrittura e per molte altre cose che le ruotano intorno. Ho un anno in più stavolta. Venticinque. E sì, sono ancora su quel confine a ballare, quello oltre al quale non si è più studenti universitari. Scrivere aiuta? Scrivere illude, quindi aiuta.

 

Cosa è cambiato dalla tua prima esperienza con contempo? Hai continuato a scrivere? Noti cambiamenti nel tuo stile o nel tuo approccio alla scrittura?

Sì, da allora ho scritto molto. Poca narrativa in realtà, per lo più articoli di approfondimento per blog e siti. Quando mi sono rituffato nella narrativa ho cercato di scrivere storie che si svolgessero in tempi brevi, così da provare a dilungarmi su descrizioni e dettagli. È un modo per entrare nei panni dell’altro, un altro qualunque. Un esercizio che nella vita quotidiana tendiamo a boicottare.

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Raymond Quenau riteneva che il vincolo fosse uno stimolo anziché un limite alla creatività dell’artista: sei d’accordo? Il vincolo del nostro incipit è stato un aiuto o una costrizione alla tua vena creativa? Quanto ha indirizzato la tua ispirazione?

L’incipit mi ha aiutato con il tema: faceva pensare a quelle situazioni che non vedi l’ora finiscano. Pensi “tra dieci minuti è tutto finito”. E allora mi è venuto in mente un incontro importante come quello che ho raccontato. Più che un limite, l’incipit ha contribuito alla stesura del racconto, quindi sono d’accordo con Quenau.

 

I tuoi ‘dieci minuti’ parlano, appunto, di un incontro importante, che potenzialmente può cambiare la vita del protagonista. Ti è mai capitato di trovarti di fronte ad un evento del genere? Quanto somiglierebbe l’autore al suo personaggio in una situazione analoga?

No. Capitare non è mai capitato. Però me lo sono immaginato molte volte, Arturo proiettato in una situazione del genere: sarebbe proprio come il Tommaso del racconto. Emozionato, un po’ insicuro nei movimenti, deciso quando c’è da aprire bocca. Qualora capitasse mai un’occasione simile, mi ricorderò di raccontarvi somiglianze e differenze con Tommaso. Ora che ci penso, sembra quasi che siano i personaggi di cui scrivo a mettersi nei miei panni, non il contrario. Vedete come è difficile?

 

Oggi capita spesso di essere trattati come il tuo personaggio: ogni giorno si rivolgono e si ricevono occhiate rapide e distratte per poi tornare a fissare imbambolati il proprio smartphone. Nel caso del tuo racconto però, alla base di questo atteggiamento non c’è né mancanza di rispetto né alienazione. A volte, insomma – sembri dirci – non è come sembra. Il tuo racconto dunque è un invito ad andare oltre le apparenze?

Assolutamente sì. I temi trattati dal racconto sono essenzialmente due: l’assenza di feedback di risposta cui spesso assistiamo quando si tratta di proposte di collaborazione, ricerca lavoro e proposte di progetti, e la delusione che proviamo nei confronti di chi non riesce a staccarsi dallo schermo del proprio dispositivo durante una conversazione. Leggo sempre più spesso che la colpa (di cosa poi?) è degli smartphone, che ci hanno resi quelli che siamo adesso (cioè come, mi chiedo?). Anche in questo caso è difficile trovare risposte. Io mi schiero dalla parte di chi dice che un dispositivo collegato ad internet in tasca può semplificare la vita in maniera considerevole. Soprattutto quando si aspettano notizie importanti, come succede nel racconto.

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Il protagonista del tuo racconto sogna di entrare nel mondo del giornalismo. A te piacerebbe? Se tu potessi scegliere quale giornalista vorresti incontrare?

Mi piacerebbe moltissimo. Per un periodo di sei mesi ci sono stato, nel mondo del giornalismo (sportivo). Poi il percorso intrapreso all’università mi ha in qualche modo richiamato all’ordine. Con questo racconto ho in qualche modo sublimato il mio desiderio, da una parte facendolo uscire di scena, dall’altra lasciandogli ancora una porta aperta. Non si sa mai. Il giornalista che vorrei incontrare somiglia da un lato a Marco Damilano, perché scrive e dice cose con chiarezza e semplicità e in più ha la faccia di uno che è disposto ad insegnarti tante cose. Dall’altro, ha il profilo di Luca Sofri: si interroga spesso sul senso di questa professione oggi e ha accettato la sfida del digitale.

 

Infine torniamo ai dieci minuti: cos’altro si può fare in così poco tempo, oltre a “fumare una sigaretta, uccidere un uomo, far male l’amore?” Dicci le prime tre cose che ti vengono in mente

Si prepara un caffè per un buon amico. Ci leggiamo insieme un articolo interessante (dallo smartphone, ovviamente). Ne discutiamo, ma giusto dieci minuti.

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