Alessandro Benassi o ElBenasso. Leggere è resistenza.

di Giulia Ferruzzi

 

Alessandro, aka ElBenasso, iniziamo da te. Raccontaci qualcosa : chi sei, cosa fai, cosa ti piace.

Grazie Contempo, è una vita che sogno di fare un’intervista e non sapendo quando avrò un’altra opportunità, mi perdonerete se la sfrutto al massimo. Ho 31 anni e vivo a Lido di Camaiore, diplomato al liceo scientifico, svogliato studente di lettere moderne, operaio. Riparo e installo elettrodomestici per un centro assistenza di Massa-Carrara e dopo aver frequentato il corso di sceneggiatura alla Scuola Comics di Firenze, io e altri due ragazzi abbiamo messo su un progetto di autoproduzione di fumetti, la Amianto Comics, che a breve comincerà le pubblicazioni. Intanto ci potete trovare sui social. Mi piacciono la letteratura, la filosofia, la musica hip hop e jazz, il basket, i fumetti, Fantozzi, il socialismo e i vecchi film di Will Ferrell e Humphrey Bogart.

 

Che rapporto hai con la scrittura? Scrivi spesso o aspetti l’ispirazione e, se è vera quest’ultima affermazione, che cosa attira più la tua attenzione di scrittore?

Scrivo da quando ho memoria. Il mio primo racconto è stato un tema dove un bambino, dopo il furto di una bicicletta, si suicida. Io piangevo e mia nonna mi disse che era proprio da scrittore. Credo sia tutta colpa di mia nonna. Il mio rapporto con la scrittura è cambiato negli anni: nell’adolescenza era uno sfogo, una maniera di esprimersi, poi con i corsi di scrittura e l’esigenza di convertirla in una professione, scrivere è diventato un peso e avevo quasi smesso. Adesso, con l’impegno nel fumetto, è tornata ad essere una maniera di esprimersi, mediata dagli anni e dall’esperienza. Scrivo spesso perché è parte di un progetto di vita e una necessità ma non sono un grafomane. L’ispirazione serve per l’idea, per lo spunto, ma poi entra in scena il lavoro, la fatica di cesellare un testo, di renderlo leggibile e piacevole per i lettori. L’idea romantica dell’artista come scheggia impazzita in preda all’istinto ha fatto più danni della grandine.
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Il tema del tuo racconto ricorda, a mio parere, i primi romanzi di Ammaniti in cui si ritrovano immagini dalle tinte forti e splatter. Come è nato il tuo racconto “Tecniche di crescita professionale”? Ti sei ispirato a qualche autore in particolare?

Mi lusinga il paragone pur avendo letto solo un romanzo di Ammaniti “Come dio comanda”, senza trovarlo illuminante. Il racconto nasce dall’incipit e dal tentativo di dare una voce, un corpo a questo strano personaggio che pensa cose fuori dall’ordinario e discordanti come “uccidere persone” e “fare male l’amore”. Avevo bisogno di un protagonista che potesse contenere queste proposizioni così diverse senza usare il filtro della malavita. Ho usato l’altra faccia della medaglia, l’arrivista contemporaneo. Ho scritto di getto la prima stesura, l’ho fatta correggere al mio collega di fumetti, Matteo, per poi sistemarla e spedirla il giorno dopo. E con mia grande sorpresa, vista proprio la venatura splatter, è stato accettato. Non posso dire di essermi ispirato a qualcuno in particolare, però durante la scrittura stavo leggendo “Perdido Street Station” di China Miéville e “Apocalisse Peluche” di Carlton Mellick III, pubblicato da Vaporteppa, che sicuramente hanno influenzato il mio immaginario in quel momento.

Per dirla con una frase fatta: “Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”. Alessandro/ElBenasso che lettore è?

Un lettore vorace e senza metodo, purtroppo. Non leggo quasi mai due opere dello stesso autore e certo mai di seguito. Prediligo la narrativa americana: Yates, Carver, Diaz, Chabon, Salinger, Barth, Barthelme, Wolfe, Walker, Egan e chiaramente Hemingway e Faulkner. Tra gli italiani Moresco, Raimo, Benni, Santoni e Vasta, che sto scoprendo proprio in questi giorni. Solo amore per Pullman, Camus, Pennac e Kundera, passioni giovanili. Nel fumetto idolatro Grant Morrison, un dio pagano, Jim Starlin, Moore, Berardi, Kirkman, Vaughan, Araki , Alison Bechdel e il maestro Bill Watterson, quello di Calvin & Hobbes. Menzione speciale per Roland Barthes e Slavoj Zizek.

 

ioemoccia

In una società iper velocizzata in cui il rapporto con il tempo appare sempre più morboso, la lettura che posto ha secondo te? Nel terzo millennio, la formula del racconto può essere una chiave efficace per riavvicinare le persone alla letteratura?

Domanda difficile. Il rapporto con il tempo appare sempre più morboso perché c’è da lavorare, ma lavoro non ce n’è; c’è da divertirsi, ma nessuno si ricorda come si fa; è tardi e ci sentiamo vecchi piuttosto che adulti. Leggere è resistenza, una lotta per capire cosa succede davvero nel mondo e dentro di noi. Mi piacerebbe che in Italia si leggesse di più: io e voi avremmo più possibilità di pagarci l’affitto con l’arte piuttosto che relegarla al ruolo di “hobby”, in più, sono convinto che se si leggesse di più, molte meno persone voterebbero Lega. Il racconto è uno strumento preciso e tagliente e le sue potenzialità digitali ancora da esplorare, ma credo anche che il salotto letterario italiano debba togliersi di dosso certi preconcetti e atteggiamenti snob. Ma non possiamo combattere contro i mulini a vento: serve una politica culturale diversa per riuscire a risollevarsi da un ventennio che ci ha regalato solo pessimi comici, soubrette maggiorate e un estenuante disinteresse per la sfera pubblica. Dovremmo fare i conti col nostro passato recente e ricordare che questo non è solo il Paese di Briatore e della Fallaci ma anche di Gramsci e Balestrini.

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