Michela Pagni. Leggere, scrivere e viaggiare sono un po’ la stessa cosa

di Silvia Piangerelli

 

Michela Pagni ha scritto  il racconto “Farai felice qualcun altro”, che pubblicheremo nel #numeroquattro di con.tempo. L’abbiamo intervistata per conoscerla meglio e saperne di più sul suo racconto.

 

Raccontaci qualcosa di te: dove vivi, cosa fai nella vita, quali sono i tuoi interessi?

Vivo a Marti, un paesino in provincia di Pisa, e lavoro come parrucchiera da tempo immemorabile. Un lavoro che, con il tempo, ho imparato a usare per approfondire i miei personaggi. Direi che lavorare al pubblico, se non ti annienta, riesce a darti una conoscenza profonda delle persone e nello stesso tempo delle loro maschere. Ho due grandi passioni: l’arte e la natura, gli animali. Sono due mondi per me separati che difficilmente sono riuscita a mettere assieme, quasi avessi paura in questo modo di profanarli. Mi piace molto anche leggere e viaggiare, che forse è un po’ la stessa cosa. E andare al cinema e a teatro. Ho scritto da sempre, ma ho anche dipinto, fatto installazioni e sculture in creta.

 

Di solito scrivi racconti o ti dedichi anche ad altri generi letterari?

Da alcuni anni scrivo racconti, qualche sporadica poesia. Ho iniziato con le poesie, però. Anzi, prima di tutto, ho iniziato con un diario.

 

Hai mai pubblicato qualche tuo scritto in riviste?

Ho pubblicato qualche poesia in alcune raccolte, un racconto che è andato assieme ad altri in un libricino dentro le sale d’attesa della mia Usl, e un paio di racconti in due raccolte di fine corso alla Scuola Carver, una scuola di scrittura creativa di Livorno. Poi mi hanno pubblicato online i racconti con i quali sono arrivata prima e seconda in due concorsi letterari. In una rivista letteraria è la mia prima volta e devo dire che è una cosa che mi entusiasma molto.

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Qual è il tuo scrittore preferito? E il tuo libro?

Mi è difficile pensare a un solo scrittore, oppure a un solo libro preferiti. Mi è più facile pensare a tutti quei libri e quegli autori che ogni tanto sento il bisogno di rileggere, come quando riguardi quei film o riascolti quei cd per l’ennesima volta. Per me Bukovski, Cèline e John Fante stanno a Pulp Fiction, Amici miei e fratelli Coen, come Dostoevskij, Sartre e Shakespeare stanno a Schindler list, La grande guerra e L’attimo fuggente, per esempio. Dante, Faulkener, Leopardi, Wislawa Szymborska, Verga, Baricco e molti altri, invece, sono musica che mi culla, ognuno con il proprio ritmo. Per i libri penso a Post Office di Bukovski, Aspetta primavera Bandini di Jhon Fante, Delitto e castigo di Dostoevskij, La nausea di Sartre, Amleto, la Divina Commedia, L’urlo e il furore di Faulkner, I Malavoglia, Novecento di Baricco…

 

Il tuo racconto “Farai felice qualcun altro” è ambientato a Rio de Janeiro, una città in cui “conta aver coraggio, mica aver letto i libri”. Da dove viene la decisione di ambientare qui la tua storia? Ci sei mai stata?

Non sono mai stata a Rio de Janeiro però ho viaggiato abbastanza e ho letto molta letteratura di viaggio, quindi mi sono fatta un’idea di dove possano accadere certe storie. Dove c’è miseria purtroppo le dinamiche sono sempre le stesse, cambia solo il modo con cui la gente ci si rapporta. Non c’è un motivo preciso per cui ho scelto questa città. Forse nel mio immaginario Rio de Janeiro è una città dai molti contrasti e quindi creava un terreno fertile a una storia “forte” come questa.

 

Hai preso spunto da qualche fatto realmente accaduto?

No, non questa volta. Mi è capitato, ma non è mai stato un punto di partenza per scrivere una storia; magari ne sono stata influenzata in modo inconsapevole e me ne sono accorta solo alla fine, o addirittura dopo un bel po’ di tempo che l’avevo scritta. Spesso è l’emozione che mi rimane addosso a farmi scrivere, non l’evento in sé.

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Come descriveresti il protagonista della tua storia?

Il protagonista del mio racconto è un personaggio conflittuale: disperato e nello stesso tempo consapevole di avere delle risorse; per certi versi rassegnato, ma nello stesso tempo determinato a raggiungere il suo obiettivo. Forse è uno dei tanti “piccoli pesci” della malavita che non si vuole fare molte domande su quello che fa, su quello che le sue azioni produrranno, per non avere tanti sensi di colpa; preferisce rimanere nell’eventualità che magari “farà felice qualcun altro”. È anche una persona che si è stancata di essere povera, ma nello stesso tempo nutre una sorta di disgusto per la gente ricca e forse nel profondo di sé non vorrebbe mai essere come loro; ed è sensibile alla bellezza e di fronte ad essa gli cadono le difese.

 

“Chi è povero e non ride se la passa male qui”… questa frase racchiude un po’ l’anima dei brasiliani, il loro sorriso triste che nasconde sempre una profonda “saudade”… la malinconia per ciò che è stato perso o per ciò che non si ha mai avuto. Quant’è presente la “saudade” nella tua vita e quanto influenza (se ciò avviene) la tua scrittura?

Se ho capito bene cos’è la “saudade” (un mix di sfumature nostalgiche impossibile da tradurre con una sola parola nella nostra lingua) la provo, a volte, quando penso alle persone care che ho perso, a mio padre soprattutto, alla spensieratezza dell’infanzia che so che non rivivrò più. È un emozione dolorosa, triste, mi dà un senso di perdita e non mi ci tuffo con piacere. E se mi ci tuffo cerco di venirne fuori il prima possibile. Preferisco rimanere nel presente, anche se spesso, purtroppo, mi ritrovo a sguazzare nel futuro. Sì, come tutte le emozioni è possibile che influenzi la mia scrittura, non ci ho mai pensato.

 

Raccontaci brevemente come avviene l’atto di scrivere per te, ad esempio in quale momento della giornata preferisci scrivere e dove lo fai, quanto tempo di solito impieghi per dar vita a un racconto

Come ho già detto sono principalmente le emozioni che mi fanno scrivere: può essere un film, un avvenimento particolare, la lettura di un libro. Ultimamente è il teatro che mi dà maggiore ispirazione. Prima di buttare giù la seconda parte di questo racconto, per esempio, ero stata a teatro a vedere Gabriele Lavia in Sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij. Non ho un momento preciso per scrivere ma, non so se è un caso, ho notato che le cose migliori mi vengono di notte. Forse perché ho bisogno del silenzio per far risuonare i personaggi dentro di me. Ci sono racconti che hanno richiesto mesi, altri che ho scritto di getto in una sola notte. Questo racconto l’ho scritto in due giorni. Metto molto tempo, però, a revisionarli e, se posso, li lascio fermi per un po’ prima di rimetterci le mani. Cerco di allontanarmene il più possibile per non avere pietà nei tagli e nelle correzioni tentando di convincermi che li ha scritti qualcun altro per vincere l’attaccamento, ma non è facile. È una continua e stimolante sfida con me stessa.

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