Niccolò Cannata. In realtà il tempo non esiste

di Elisa Zuri

 

Niccolò Cannata ha scritto per il #numeroquattro di con.tempo “Ricordi sotto chiave”. È il suo primo racconto con la nostra rivista e siamo curiosi di conoscerlo.

Niccolò, iniziamo da te. Raccontaci qualcosa di quello che fai, di cosa ti sta a cuore.

Ho 25 anni e sono uno studente di Lingue e Letterature Europee e Americane. Oltre a questo, ho altri due interessi principali: la musica e la scrittura. Con la musica da circa un anno sto portando avanti un progetto insieme a dei cari amici e colleghi strimpellatori. Per quanto posso, cerco di vivere alla giornata, senza mai tralasciare i miei interessi e le mie piccole speranze. Tra le cose che mi stanno più a cuore credo ci sia il condividere il più possibile il mio tempo con persone che ritengo vere, eccezionali nella loro semplicità d’essere e, insieme, proteggere con costanza la mia personalità dai quotidiani attacchi della società in cui viviamo. Una società che ti riempie di paure, che è sempre pronta a consigliarti di evitare il rischio e scegliere la strada più “facile”, che cerca in ogni modo di spegnere o demotivare ogni idea o vocazione presente all’interno dell’individuo per poi poter gestire più comodamente una massa di fantasmi molle e uniforme.

 

È da tanto che scrivi? Che ruolo ha la scrittura tra le cose che fai?

Il vizio di scrivere è iniziato durante le scuole medie e per questo devo ringraziare la mia professoressa di Lettere che, come mai nessun altro docente in tutti questi anni, è riuscita a introdurmi piacevolmente nel mondo della narrativa e della poesia. Certo, è anche vero che prima dei 18 anni ho scritto abbastanza poco e quasi sempre a tempo perso. Solo dopo essermi iscritto all’Università ho cominciato a essere più costante e a dare alla scrittura maggiore importanza. Mi sono accorto che poteva costituire un mio piccolo mondo privato dove tutto quello che mi passava per la testa poteva realizzarsi in semplici parole, dove sfogare le rabbie, i miei pensieri, sentirmi bene. Non dico che scrivo tutti i giorni, anzi. Diciamo che lo faccio quando ne sento davvero il bisogno. Poi, ovviamente, la scrittura ha per me un ruolo importante nel connubio con la musica: scrivere un testo e poi adattarlo anche al più semplice giro di accordi è, dal mio punto di vista, una delle cose più belle e magiche che ci siano.

Niccolò

Come scrivi un racconto? Vengono prima i personaggi o la trama?

Ogni volta che mi viene in mente qualcosa da scrivere cerco di focalizzarmi prima di tutto su chi potrebbe portare avanti questo qualcosa e far sì che da “qualcosa” vada ad assomigliarsi poi a una storia. L’ambiente è sempre importantissimo, ma, per come la vedo io, rimane sempre una conseguenza o un adattamento successivo alla scelta dei personaggi. Lo stesso la trama. Mi piace pensare al fatto che siano i personaggi che, con le loro individualità e i loro movimenti caratteristici, portino avanti passo dopo passo gli avvenimenti. Ovviamente, dopo aver scelto i personaggi principali, c’è una stesura iniziale della trama, di una rete di linee guida da cui partire, anche se a lavoro concluso la storia mi si presenta sempre con un volto del tutto nuovo e per certi versi inaspettato.

 

Nel tuo racconto, con abile leggerezza, parli di “banalità del male”. Hai letto Hanna Arendt? Ha influenzato il tuo pensiero? Ci sono degli scrittori o filosofi a cui sei particolarmente legato e a cui ti ispiri?

Non penso che per constatare quanto possa essere banale il male serva necessariamente aver letto un qualche testo che tratti in maniera specifica il tema. Purtroppo il male (e la sua banalità soprattutto) può risultare perfettamente tangibile anche solo osservando attentamente il mondo che ci gira attorno. Con questo non voglio dire che leggere certi autori o certi libri sia inutile. Anzi, visto che non conosco Hanna Arendt e che l’avete citata in relazione al mio racconto, credo proprio che leggerò qualche suo testo il prima possibile. Per il resto posso dire di trarre ispirazione da vari autori sia legati alla letteratura italiana (Pirandello, Buzzati, Pasolini, Calvino…) che al mondo letterario internazionale (Joyce, Orwell, Poe, Hemingway…). Poi, in verità, credo fermamente nel fatto che ogni cosa sia potenzialmente, a modo suo, fonte d’ispirazione. L’idea di partenza per un testo può arrivare in ogni momento della giornata, può essere suggerita da un luogo particolare, dalla visione di un film, dall’ascolto casuale di una canzone o da una semplice passeggiata.

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Nel tuo racconto si parla di zone d’ombra della memoria e di legami conflittuali. Pensi che dimenticare alcuni fatti aiuti o incrini le relazioni?

Penso che dimenticare sia impossibile. Almeno, dimenticare ciò che, nel bene e nel male, ci ha fatto arrivare a quello che oggi chiamiamo “presente”. Forse solo chi si fa divorare completamente dalla pazzia è in grado di dimenticare davvero, o forse no. Ci sono cose che rimangono incagliate troppo in profondità, soprattutto se queste cose possiedono un nome e una faccia che saremmo in grado di riconoscere ovunque. E forse è giusto così. Alla fine, anche le cose che ci hanno fatto soffrire, di qualunque cosa si tratti, sono parte di noi. Per questo credo che la giusta via da seguire in questo senso sia quella di accettare, con l’aiuto del tempo, quella sofferenza per poi poterla utilizzare a proprio vantaggio, come spunto di crescita personale e come arma invisibile con la quale imparare a difendersi e conoscersi meglio. La cosa più sbagliata è non farci i conti, col passato, coi ricordi. Paradossalmente più ci si vorrebbe allontanare dai fantasmi di ieri e più questi ci vengono a fare visita. In questo modo si rischia di vivere solo nel passato o, meglio, di smettere di vivere.

 

Che rapporto hai con il tempo? Amico o nemico?

Il tempo è mio amico e mio nemico allo stesso tempo, così come credo lo sia per tutti quanti. Ci sono momenti in cui vorrei andasse più veloce, altre in cui vorrei si fermasse o, almeno, rallentasse solo un po’. Mi ha affascinato da sempre il fatto che per ognuno di noi passi in modo differente, a seconda dei momenti che si vivono. E qui sta un altro paradosso: il tempo condiziona costantemente le nostre vite, ma in realtà, come dice qualcuno, non esiste.

 

Per dirla con Francesco Piccolo, ci racconti un tuo momento di trascurabile felicità? Ci dai un consiglio per averne uno?

I momenti di trascurabile felicità per me rappresentano la vera felicità! Peccato che troppo spesso passino inosservati. Sono quelli i momenti in cui davvero puoi sentire di essere ancora vivo, di respirare ancora, anche se sei stato appena messo al tappeto o hai subito una qualche delusione. La felicità è quasi sempre considerata come un qualcosa che nasce e muore nel mondo materiale, ricollegata spesso ad episodi facilmente riconoscibili sfogliando, anche in maniera distratta, il catalogo dei ricordi: un regalo ricevuto, il giorno della laurea o del diploma, la prima volta che si guida la macchina, il primo bacio, ecc… Ogni tanto però ci si può sentire felici anche senza una vera e propria motivazione, anche solo per un piccolo pensiero passeggero o perché, più semplicemente, ci si sente così. Un mio momento di trascurabile felicità… potrebbe essere quando mi capita di rompere una corda della chitarra mentre sto suonando e mi accorgo di non averne di riserva. All’inizio il desiderio di appiccare il fuoco alla sala prove è molto forte, poi però mi rendo conto che difficilmente potrei essere in un posto migliore o con persone migliori di quelle che ho intorno e mi viene da sorridere. Non saprei cosa consigliare a qualcuno per far sì che possa sperimentare uno di questi momenti. L’unica cosa che posso dire è che se mai vi capitasse e li riconosceste come tali, non trascurateli.

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