Maurizio Mari. Emozionare con la scrittura

di Daria Porciatti

Raccontaci una tua giornata-tipo. Quale posto riservi alla pratica della scrittura nella tua quotidianità? Hai qualche rito irrinunciabile? Un luogo d’elezione o un momento preferito della giornata?

Lavoro in un’azienda, mi occupo di spedizioni. Mi piace molto questo aspetto pratico della mia vita, sporcarmi le mani. Lavoro di pomeriggio e sera per cui ho sempre la mattinata libera; mi alzo, faccio una colazione abbondante, sbrigo le cose in casa (convivo con il mio compagno da oltre dieci anni) ed esco per lunghe camminate in solitaria durante le quali penso e, qualche volta, elaboro una storia. Vere e proprie frasi che prendono vita da un’immagine attorno alla quale si sviluppa il racconto. Scrivo regolarmente da tre anni. Le parole finiscono su carta prevalentemente di sera, dopo il lavoro. Inizialmente erano piccole storie, spunti, ricordi che pubblicavo via via sulla mia pagina facebook. Poi sono seguite storie più strutturate. Ho inviato un mio racconto a un concorso letterario, vincendolo. E ho cominciato a credere che potevo trarne qualcosa di più serio.

 

Cos’è la scrittura per te? Un esercizio paziente o un atto istintivo e liberatorio?

La scrittura è un atto di introspezione; in genere rielaboro storie familiari o raccontate da amici e le filtro attraverso le mie esperienze personali. Spesso dopo avere scritto un racconto apparentemente molto lontano da me, mi accorgo che dentro ci sono io o qualcuno a cui voglio bene.

foto maurizio mari1

Nel tuo racconto il tema ‘dietro le quinte’ è affrontato da un punto di vista singolare, quello di chi può ormai solo guardarsi vivere dal di fuori senza poter intervenire in modo attivo sulla realtà. Da dove viene questa particolare declinazione del tema?

Anche in questo caso, appunto, si tratta della rielaborazione di una vicenda reale, nella fattispecie accaduta ad una famiglia che vive accanto ai miei genitori. Mia mamma, di tanto in tanto, mi parlava di quest’uomo che ‘vive’ in una clinica, e della sua famiglia per la quale la vita è andata avanti: i figli sono cresciuti, la moglie ha naturalmente continuato con le proprie esperienze, insomma, ‘tutto ha continuato a scorrere’. Ho provato a immaginare di trarre una storia da questa vicenda, pur non conoscendone direttamente i protagonisti. Io sono una persona comune e, come tale, ho una vita ordinaria, tranquilla. Tuttavia credo sia da ricercare proprio nelle piccole il cose il senso dell’esistenza.

 

Il ‘retroscena’ che indaghi nel tuo racconto è uno dei misteri più insondabili con cui si trova dover fare i conti l’essere umano. Com’è stato interrogarsi e misurarsi su un argomento così doloroso?

Anche io, come tutti, ho sofferto abbandoni, malattie di persone care, morti precoci. Qui mi sono soffermato più che altro sull’aspetto della solitudine. Credo che il protagonista del mio racconto sia, prima di tutto, una persona sola. Anche senza aver provato tragedie così grandi, ho sicuramente passato alcuni periodi della mia vita in cui ho sofferto di solitudine. Dopo i vent’anni ero chiuso in un blocco emotivo; mi sentivo dentro una scatola, un cubo senza poter uscire…

 

Al di là della situazione piuttosto rara descritta nel tuo racconto, capita in effetti anche nella vita di ognuno di noi di sentirsi come il protagonista, incapaci di esprimersi e di far sentire la propria voce. Potremmo definire in senso lato il tuo testo un racconto sull’incomunicabilità?

Senz’altro. Il racconto parla del dramma dell’assenza completa di scambio di vita. Nonostante il conforto delle persone care, quando non vi è più questo scambio, non so se abbia senso parlare di vita. Perciò forse è questo il senso del racconto: una vita anaffettiva (quale che sia il motivo che la provoca) è una vita dietro le quinte, un vivere senza vivere.

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Qual è stata la tua esigenza primaria mentre scrivevi, quale sentimento volevi suscitare nel lettore?

Quello che vorrei fare con la scrittura è emozionare. Ho sempre amato leggere a voce alta. Mi capita, a volte, di immaginare le mie storie lette da un attore, quasi recitate, per procurare emozione agli ascoltatori. Ho letto molto in passato (ora con la scrittura sto leggendo meno). I miei modelli sono tanti e ambiziosi: Moravia, Bassani, Scerbanenco, Ian McEwan. Mi sento, per questo, uno ‘scrittore abusivo’ anche se, in fondo, chi scrive ama essere letto ed è vagamente esibizionista.

 

Sei un giudice severo verso le tue creazioni? E soprattutto.. noi lo siamo stati? Come hai vissuto l’esperienza di editing?

Tendenzialmente scrivo d’istinto ma sono convinto che le regole aiutino a migliorare il proprio lavoro. Per questo l’esperienza di editing è stata fondamentale, molto faticosa e molto utile. Ha smussato la parte più ridondante della mia scrittura facendomi intravedere altre possibilità. Scrivo regolarmente da tre anni, ma il mio è un lavoro artigianale. Credo sia fondamentale lo ‘sguardo’ di un addetto ai lavori. E non parlo solo di interventi tecnici ma proprio di editing sostanziale che, pure molto faticoso, aiuta lo scrittore a cogliere aspetti della sua scrittura che altrimenti rimarrebbero nascosti o inesplorati.

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