Mirko Tondi. Un quadro che chiama.

di Elisa Zuri

 

 Questo è il tuo secondo racconto scelto da con.tempo. Cos’è cambiato nel tuo approccio ai racconti rispetto alla prima esperienza?

Non molto, a dire il vero. Scrivo racconti con una certa continuità, è la forma che mi consente di esprimermi meglio. Alcuni di questi li lascio nell’hard disk del computer anche per anni prima di proporli a concorsi e selezioni. Altri li scrivo appositamente, quando certe tematiche mi stuzzicano e quando sento che su quegli argomenti ho qualcosa da dire, secondo il mio stile. In quest’ultimo caso, c’è sempre lo sforzo di attenersi al limite di battute, ma quello riesco a gestirlo piuttosto bene.

 

Nel tuo racconto si parla di quadri e tele. Come ti avvicini ad un’opera d’arte visiva?

Nello stesso modo in cui mi avvicino a un libro, a un disco o a un film. C’è una parte di curiosità e scoperta; e un’altra più analitica, di studio. Ci sono opere che mi chiamano a voce alta, mi chiedono di rimanere a guardarle, altre che invece mi sussurrano e basta. Mai opere d’arte che mi lasciano completamente indifferente.

Mirko Tondi 2

Un quadro ti parla come un racconto? Cosa è diverso?

Sì, perché credo che ogni quadro racconti una storia. Alcune storie sono più in superficie, evidenti, mentre altre sono nascoste nei dettagli, nei giochi di luce e di ombre, oppure tra una pennellata e l’altra. Cito spesso dipinti nelle cose che scrivo, perché dalle immagini si formano delle riflessioni e da quelle qualcosa di concreto: parole che si uniscono le une alle altre. Nel mio romanzo “Nelle case della gente”, per esempio, Vermeer, Friedrich e Seurat mi hanno ispirato dei veri e propri concetti, messaggi che volevo far arrivare al lettore. Quindi direi che la pittura e la scrittura sono due forme d’arte certamente diverse ma comunque legate a filo doppio dalla capacità di raccontare qualcosa e di lasciare un senso, un significato.

 

Come costruisci i tuoi personaggi?

Non sono uno di quelli che sta molto a studiare a tavolino come sarà questo o l’altro personaggio. Mi piace che emergano via via dalla pagina con le loro caratteristiche. Spesso mi accorgo di non aver previsto che il personaggio fosse come realmente si rivela, ma di fatto succede. È una specie di magia per cui arrivi dal punto A al punto Z senza aver pensato ai punti intermedi. Quello che mi piace è comunque partire da qualche vezzo, mania, da una mancanza del personaggio e giocarci su, generando un conflitto che possa portare la storia laddove si fa più interessante.

 

Lo possiamo dire: nel tuo racconto incontriamo Van Gogh. In tanti, in letteratura e teatro, ne hanno scritto. Qualcuno ti ha ispirato in particolare?

Direi di no. So che Van Gogh è forse il più “commerciale” dei pittori, insomma chi è che non conosce un suo dipinto? Ma in questo caso era il giovane Van Gogh che mi interessava, quello che dipingeva poveri lavoratori distrutti dalla fatica, uomini senza volto e rappresentanti delle classi più povere. A ispirarmi sono stati i dipinti stessi, come in altri racconti che sto scrivendo l’ispirazione viene da Hopper, Dalì o da altri ancora.

Mirko Tondi

Cosa provi quando qualcosa di tuo viene pubblicato? Voglio dire: ti viene mai la voglia di riprenderti il tuo racconto sotto braccio e andartene?

C’è una specie di eccitazione febbrile in questo. Di sicuro ci sono cose che ho pubblicato che farei sparire dalla circolazione, lo ammetto; si tratta di scritti immaturi, più ingenui, in cui non mi riconosco più. Ma oggi credo di avere uno stile più solido e quindi anche maggior controllo su cosa mandoin stampa. Mi piace che altre persone leggano quello che scrivo, il lato narcisistico della faccenda c’è eccome. In fondo, non è per la volontà di essere letti da tutti che scriviamo?

 

Nel tuo racconto c’è una soffitta polverosa. Se Mirko Tondi venisse scoperto e portato fuori da una soffitta così, dove vorrebbe andare?

Bella domanda. I grandi palcoscenici non mi interessano e mi mettono ansia solo a pensarci. Ma mentirei se non dicessi che vorrei andare in un posto in cui si scrive e si legge, si guardano film e opere d’arte tutto il giorno; e lo si fa per lavoro. Un posto in cui tu leggi quel racconto e dici: “Ehi, ma questo stile lo riconosco!”

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