Elena Lampugnani. Intrecci di piccoli gesti rituali

di Elisa Zuri

 

Elena, complimenti per il tuo primo racconto con con.tempo! Svelaci qualcosa di te. Tre note.

La prima nota è il legame con la mia terra d’origine, la Brianza: una terra bella, anche se poco valorizzata e un legame fatto di tradizioni, di laboriosità, di lingua, di lessico, di dialetto parlato con le nonne. La seconda nota è l’amore per il mio lavoro, quello di insegnante e, in particolare, il piacere di passare tre, quattro, cinque ore al giorno con ventotto ragazzini tra gli undici e i quattordici anni che, presi nel verso giusto, riescono sempre ad insegnarmi tanto. La terza nota è la passione per l’arte e, nello specifico, per l’architettura, la scultura e la pittura romaniche: San Miniato al Monte è la meta di molte mie domeniche fiorentine come lo era, quando stavo in Brianza, la basilica di San Pietro a Civate, in provincia di Lecco. Ci sarebbe anche il teatro, ma saremmo alla quarta nota. E non vorrei sforare!

 

Una cosa irrinunciabile che proprio non puoi non fare la mattina prima di uscire.

La mattina non esco di casa senza aver fatto una colazione come si deve: caffè, latte o tè, dipende dalle voglie del momento. L’importante è avere a disposizione un bel po’ di biscotti gnucchi da puciare (dal brianzolo: biscotti secchi da inzuppare). Un altro quarto d’ora lo dedico all’abbinamento del blu oltremare con la carta da zucchero!

Elena Lampugnani

Dal tuo racconto, abbiamo l’impressione che la nostra sia una generazione più ossessivo-compulsiva di altre. È così?

La nostra è una generazione piena di paure. Talvolta reali, talvolta indotte. Certi rituali ossessivo-compulsivi servono ad esorcizzarne alcune, forse.

 

Cosa vorresti che un tuo racconto stimolasse in chi legge?

Mi basterebbe che qualcuno vi si riconoscesse, anche in parte. Mi aiuterebbe a sentirmi un po’ meno sola.

 

Nel racconto, con attenzione estrema, hai registrato tutti gli istanti di un momento di vita quotidiana. È questa la tua primaria fonte di ispirazione?

Mi incanto ad osservare le persone: in treno, in autobus, al ristorante, nei negozi, per la strada. E mi accorgo di soffermarmi a cercare una spiegazione ai loro gesti. Così come provo (non riuscendoci) a dare una spiegazione ai miei. Attraverso la scrittura, mi piace rendere la quotidianità, ma mi piace soprattutto la ricerca delle parole giuste, del loro suono e del loro colore.

Elena Lampugnani 2

Chi sono i tuoi scrittori preferiti? Qualcuno di loro ti ha aiutato a trovare la tua strada verso la scrittura?

Sono insegnante di lettere e mi sento in dovere di citare i classici anche se, con il passare del tempo, faccio sempre più fatica a leggerli per conto mio. Per fortuna il lavoro mi costringe a non abbandonarli mai e ad apprezzarli ogni anno in modo diverso, a seconda della classe con cui li condivido. Il mio preferito resta Luigi Pirandello (sulla pagina e sul palcoscenico), un buon osservatore dell’umanità, mi pare. Insieme al Manzoni dei Promessi Sposi. Ho anche degli amori “gialli”. La Milano di Giorgio Scerbanenco, ad esempio. Ma anche i commissari Montalbano (Andrea Camilleri), Bordelli (Marco Vichi), Charitos (Petros Markaris). Nell’ultimo anno ho riscoperto anche Andrea De Carlo, un autore che mi consigliò, al liceo, il mio professore di letteratura: al di là degli intrecci, credo mi affascini la sua capacità di rendere i personaggi quasi tangibili.

 

Ci hai fregato e costretto ad ammettere di essere tutti un po’ prede di meccanismi ossessivi. Ci possiamo salvare?

Certo che no! L’importante è acquisirne consapevolezza. E conviverci con serenità.

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