Sergio Ragno. Uno a cui piace inventare storie

di Elia Spiga

Ultimo, ma certamente non ultimo, autore del #numerodue di cui pubblichiamo un’intervista proprio il giorno della presentazione: l’ultimo. Sergio Ragno ha scritto uno dei racconti più stranianti di questo numero di con.tempo e qui ci facciamo raccontare da dove nasce.


Sergio Ragno, ci racconti brevemente: cosa fa nella vita? Dove vive?

Ho fatto molti mestieri nella mia vita e sono stato in molti posti, tanto all’estero. Sono laureato in mediazione linguistica con una specializzazione in cultura anglo americana. Vivo ad Abbiategrasso e sono un impiegato di un’azienda farmaceutica e per due sere a settimana insegno scrittura creativa presso un ente provinciale.

 

Quando ha scoperto dentro di sé la passione per la scrittura e l’arte di potersi esprimere attraverso racconti e, più in generale, il linguaggio?

Sin da bambino mi piaceva inventare storie, quindi direi più che una passione la mia è una consapevolezza di essere uno a cui piace inventare storie. Quando sono cresciuto ho cominciato a scrivere, ma non sono mai stato soddisfatto di quello che scrivevo. Mi sono poi iscritto a un corso di scrittura creativa a New York e ho capito cosa dovevo fare per migliorarmi, questo mi ha permesso di pubblicare un libro di narrativa due anni fa dal titolo “Io m’infilo dappertutto” ed entro quest’anno si prevede una nuova pubblicazione. La narrativa per è una necessità atavica. Si raccontano storie hai bambini per prepararli al mondo che troveranno fuori dalle mura di casa, per fare capire loro che “il mistero non li ucciderà” come diceva Bernard Malamud. Se ci si pensa l’uomo racconta storie ai suoi bambini sin dagli albori della civiltà, sin da quando abitava le caverne e cercava di rappresentare il mondo esterno attraverso i disegni e le incisioni ritrovate sulle pareti come quelli di Lascaux. Per me quei disegni, oltre a essere delle opere d’arte, sono anche la prima forma di scrittura narrativa.

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Cosa pensa della letteratura e del mondo dell’editoria contemporanei?

Leggo quasi esclusivamente letteratura americana considerando il mio percorso di studi. Qualche volta mi capitano sottomano autori europei, ma molto raramente sono italiani. Credo che il mondo dell’editoria italiana sia intasato da troppa cattiva letteratura, una letteratura più legata allo ‘scrittore personaggio’ che ai personaggi di uno scrittore. Quei pochi bravi fanno fatica a farsi spazio perché hanno poco appeal dal punto di vista del marketing. Vende di più un libro di cucina, per intenderci, e questo forse è lo specchio di una società, quella italiana, impoverita dal punto di vista culturale. Anche se questo può creare un po’ di scoramento da parte di chi scrive guardandosi in giro, poi si trovano iniziative come la vostra e, alla fine, non bisogna mai smettere di sperare.

 

Da quale bisogno interiore nasce la sua voglia di scrivere?

Non lo considero un vero e proprio bisogno in senso stretto. Lo scrivere è qualcosa che c’è sempre stata nella mia esistenza. Fa parte della mia vita e la considero parte delle mie attività primarie come respirare, bere, mangiare e fare l’amore. Tutte cose che una persona fa naturalmente, senza sentire la pesantezza di averne “bisogno”.

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Da quali esperienze è nato il suo racconto ” Non so usare le parole” pubblicato sul #numerodue della nostra rivista?

Lavoravo in un giornale alla redazione degli esteri e mi è capitato di lavorare su una notizia d’agenzia che proveniva dal Pakistan. C’era stato un attentato in un mercato che aveva fatto molti morti e feriti. Il reporter, nel suo resoconto, si è soffermato nella descrizione di un bambino di quattro anni che aveva perso le braccia, la vista e l’udito. Mi sono chiesto come avrebbe fatto a sopravvivere un bambino ridotto in quello stato e quale senso di quelli rimasti avrebbe sviluppato di più e così mi sono calato in quella situazione, un’immedesimazione vera e propria.

 

Che cosa voleva comunicare con questo racconto? Quali contraddizioni o temi voleva far emergere dalla sua storia?

Si può pensare che sia una condanna alla stupidità della guerra, ma non è così, anche perché l’attentato è stato solo il pretesto per la storia, quello che tecnicamente viene chiamato MacGuffin. In realtà il tema centrale è un’affermazione dell’inarrestabilità della vita e che l’uomo, anche con evidenti problemi fisici, rimane comunque un uomo, cioè un essere mai completamente buono e mai completamente cattivo.

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