Fernando Fazzari. Lavatrice e penna

di Carlo Benedetti

Fernando Fazzari è uno dei tre autori che hanno pubblicato più di una volta su con.tempo. Questo ci rincuora: ci fa sperare che chi scrive bene non lo faccia soltanto per un caso fortunato. Qui lo abbiamo intervistato, facendoci raccontare cosa ha combinato nel frattempo.

 

La scorsa volta ci parlavi del movimento ‘connettivista’. Ne fai ancora parte e come sta crescendo?

Ne faccio ancora parte, certo. Gli ultimi anni sono stati molto produttivi, con i romanzi di Lukha B. Kremo, Sandro Battisti, Giovanni Agnoloni, Francesco Verso e Giovanni De Matteo. L’ultima iniziativa cui ho dato il mio contributo è stata “Next-Stream”, una raccolta di racconti pubblicata da Kipple Officina Libraria, in cui proviamo a portare in ambito mainstream le suggestioni del Fastastico e della Science Fiction di cui si è sempre nutrito il movimento.

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Ci sembra che la forma racconto negli ultimi tempi stia acquistando terreno anche in Italia. Nascono nuove riviste, siti web, approfondimenti. Sei d’accordo?

Hai ragione. Ma da qui a convincere certa editoria a scommetterci su, ce ne vuole.

 

Madri è il secondo racconto che pubblichi con noi. Raccontaci: com’è stato il lavoro di editing?

Utile, come ogni buon editing. Avere due editor – affiatati e con le idee chiare – al lavoro sul racconto mi ha permesso di passare al setaccio “Madri” in maniera efficace e nel minor tempo possibile.

 

Rispetto al tuo primo racconto, Un battito di ciglia, ci sembra che Madri sia venato di una malinconia nuova. Abbiamo ragione?

In realtà, fra i due scritti per con.tempo, quello anomalo è “Un battito di ciglia”. “Madri” si avvicina di più ai toni usuali della mia scrittura.

 

Fra meno di un mese si terrà l’annuale fiera del libro di Torino. Sogniamo un po’: se tu potessi aprire una casa editrice tutta tua e portarla in fiera, che tipo di libri vorresti pubblicare e vedere esposti?

Il mestiere dell’editore, con tutti i rischi e i giri di schiaffi che comporta, non so se lo farei, davvero. Fantasticando dico: romanzi brevi, di non più di 150-180 pagine, una casa editrice a collana unica, la chiamerei “Piccolo Blues”, come il capolavoro di Manchette. Libri che sappiano suonare bene la “blue note”.

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Si dice spesso che in Italia si pubblica troppo e si legge poco. Perché scrivere è così importante?

Non so. Forse ha a che fare con un certo narcisismo e voglia di celebrità tipica del nostro paese che, necessariamente, trova sbocco in un business. O forse no. Ma – com’era? – a pensar male si fa peccato, ma…

 

Dove scrivi di solito? A mano, alla tastiera o come?

Appunti a mano, il resto in gran parte alla tastiera. Ho uno studiolo che divido con mia moglie, fotografa e designer. Potessi, affitterei uno studio tutto per me. In ogni caso, ho scommesso sulla mia dolce metà: un giorno lei avrà il suo open space, bello e soleggiato, e io avrò completo dominio sulla casa. Lì avrò finalmente raggiunto il mio vero obiettivo: fare lo scrittore-colf. Lavatrice e penna. Romanzi e soffritti. Liste della spesa. Scrittura a tutto tondo, insomma.

 

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