Andrea Costantini. Saper cambiare è essere liberi

di Elisa Zuri

Andrea Costantini ha scritto per noi “Solchi” un racconto pieno di notte e poesia. Lo conosciamo un po’ meglio, in attesa di leggerlo.

Andrea, iniziamo con qualcosa di personale. Che spazio ha la scrittura nella tua vita? Cosa fai nel resto del tempo?

La scrittura ha lo spazio di un piccolo tavolo che era di mia nonna. Un mobile che mi segue da tanti anni in tutti i traslochi. Sopra c’è sempre la stessa lampada. Nel resto del tempo: una scuola di specializzazione in psicoterapia, due lavori, un tirocinio, la corsa, il traffico di Roma.

 

In quali circostanze più naturalmente riesci a scrivere?

Solo. Di mattina con la luce bianca o di notte con il buio. Sul treno. Nelle camere degli hotel. L’idea di me che scrivo è comunque ancora oggi legata alla mia camera dell’adolescenza, a Chiusi, con la finestra aperta sui campi di notte. Qualche zanzara e i cani che latrano.

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Come ti sei approcciato al tema “Simmetrie”?

A saltelli. Per contrasto. Sono attratto dalle cose asimmetriche, come le facce. Niente mi angoscia di più della perfezione apparente. Per non esserne vittime occorre riconoscere l’asse di simmetria. Nel mio racconto è tracciato da un camion che trasporta bestiame all’alba.

 

Nel tuo racconto, Solchi, questo ‘asse di simmetria’ porta il protagonista ad un cambiamento di vita radicale. Qual è il tuo rapporto con i cambiamenti?

Li ingoio. Ho cambiato vita almeno due volte. Stravolgimenti, nuovi inizi e rivoluzioni. Sto imparando a scolpirmi, a togliere tutto ciò che non occorre. Saper cambiare è essere liberi. Studio psicoterapia, la possibilità del cambiamento è un credo per me.

 

Sei più attratto da un after in discoteca o da un tramonto in cima alla collina?

Da una festa al tramonto in cima alla collina, con tutti i miei amici, si balla scalzi e si beve guardando il sole che si congeda.

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Come ti senti all’idea che un tuo racconto venga letto ad alta voce e condiviso?

Mi sento come un padre alla prima recita del figlio. Anche se questo racconto ormai appartiene a chi lo leggerà e immaginerà per il protagonista una faccia diversa da quella che ho pensato io. Sono curioso di sentirlo riempito da una voce diversa dalla mia.

 

Un desiderio?

Ora che l’ho immaginata, voglio subito fare la festa che ho descritto prima, ma anche tornare una sera a Chiusi per scrivere due righe di notte.

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