Giuseppe Paolone. Assurdo ottimistico

di Letizia Spiga

Giuseppe Paolone è uno dei tre autori che, per ora, abbiamo pubblicato più di una volta. Ci fa piacere incontrarlo di nuovo e toglierci qualche, ulteriore, curiosità.

L’ultima volta che hai scritto un racconto per con.tempo ci hai detto di averlo scritto seguendo l’ispirazione data dal tema. Anche questa volta siamo riusciti a liberare la creatività che c’è in te?

Mi dispiace, ma questa volta le cose sono andate diversamente, appena scoperto il tema del numero due di con.tempo ho pensato che non avrei scritto niente. Invece, mentre correggevo un vecchio racconto, mi sono accorto che parlava proprio di simmetria. A quel punto mi sono arreso: con un po’ di restyling era pronto per la vostra selezione. Scrivere seguendo un tema credo sia più difficile, ma spesso è il modo migliore per trovare l’ispirazione.

 

Rispetto al tema del nostro #numerouno, ritieni che questa volta abbiamo scelto un tema più complesso da sviluppare?

Per la sua semplicità il tema è più difficile del precedente perché pieno di luoghi comuni che possono fuorviare gli autori, ma al tempo stesso è un ottimo spunto per dare spazio alla creatività e fantasia.

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Leggendo il tuo racconto “Testimonianza di una metamorfosi” salta subito agli occhi il richiamo a La metamorfosi di Kafka. La genesi del tuo racconto è stata influenzata dall’opera di Kafka o di altri autori che hanno scritto sull’argomento?

È tutta colpa di Kafka, lo giuro. Scherzi a parte, le sue opere hanno influenzato tutta la letteratura contemporanea proprio perché non collocabili in una corrente ben precisa. Sono molti gli autori che si sono ispirati al suo modo di scrivere. Io prediligo il lato grottesco delle storie dalle sfumature kafkiane. Credo di essere meno pessimista rispetto a Kafka: il mio racconto può essere definito come “assurdo ottimistico”. Sono stato influenzato di sicuro da Pirandello e Lansdale senza dimenticare il cinema, soggetti come Lynch, Fellini e Gilliam hanno le loro colpe. Nella realtà in cui viviamo, l’assurdo sembra essere diventato realtà. Spesso alterniamo una vita virtuale a quella reale, ed è solo la prima che influenza la seconda e non viceversa.

 

All’interno del tuo racconto si delinea anche un rapporto suocera-genero molto ironico, è frutto della tua esperienza personale o semplicemente un espediente letterario?

Per fortuna non è niente di personale, ho molti esempi tra amici e conoscenti che hanno saputo rendere l’idea e mi sono adeguato, Pirandello insegna. All’inizio il personaggio doveva essere una nonnina svampita, ma il conflitto con i suoceri funziona come espediente dai tempi della Grecia classica, non volevo creare uno strappo.

 

Pensi che le tue esperienze con con.tempo ti abbiano aiutato a crescere come scrittore?

Non lo dico per compiacervi, ma in Italia sono poche le riviste letterarie attente agli emergenti, che li sappiano accompagnare e intuire il loro potenziale. Ci sono tante persone che scrivono, è un’attività che noi italiani preferiamo alla lettura, ma pochi sono quelli che seguono un percorso di accrescimento, o si ha la fortuna di scrivere bene oppure si fa fatica a imparare dai propri errori. Credo di essere migliorato molto rispetto alla precedente esperienza e sto iniziando a capire le dinamiche della scrittura, ma la strada è lunga.

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Quali consigli daresti a qualcuno che intenda cimentarsi con la scrittura di un racconto breve?

Più che consigli potrei dare degli avvertimenti, prima di tutto, bisogna imparare dagli altri, quindi si deve leggere tantissimo, poi bisogna avere lo stomaco forte, ricevere una critica negativa o non passare un concorso possono portare a odiare la scrittura, e pensare che Kafka non era felice di pubblicare i propri lavori. Quando ho cominciato a scrivere credevo fosse la cosa più bella del mondo, lavorare solo sotto ispirazione era un sogno, poi mi sono accorto che più si scrive, più ci si diverte. Potrei suggerire che credere in se stessi è la formula migliore per raccontare storie, ma il problema è capire quando si sta per cadere nell’egocentrismo.

 

Ti senti uno scrittore di racconti brevi oppure c’è un genere che ti rispecchia di più o con cui riesci ad esprimerti meglio?

Una mia amica con la passione per la scrittura mi chiamava “l’ipotattico”, inteso come persona dalla scrittura complessa, infatti, ho iniziato con lo scribacchiare un romanzo che superava le quattrocento pagine e faceva parte di un ciclo di cinque libri. Poi mi sono accorto che i racconti davano più soddisfazione ed erano utili per imparare a scrivere e a valutare le proprie capacità. Ultimamente sono tornato al romanzo per un concorso e ho scoperto che la tendenza a scrivere storie lunghe e complesse non la perderò mai. Il genere che prediligo è il noir perché è presente in tutta la letteratura, anche nelle favole.

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