Alessandra Minello. Perdere i riferimenti e osare di più

di Sergio Villani

Continuano le nostre mini-interviste agli autori del #numerodue. Oggi parliamo con Alessandra Minello.

Iniziamo con il conoscerci: cosa fai nella vita?

Sono una sociologa e ricercatrice post-doc. Lavoro all’Istituto Universitario Europeo in un progetto tedesco e mi occupo di genere, istruzione e mercato del lavoro.

 

Come si è sviluppata la tua passione per la scrittura?

Scrivo racconti da sempre, da quando ero bambina. Sono arrivata a vivere a Firenze un paio d’anni fa, dopo un periodo all’estero. Ho pensato fosse il momento giusto, e la città giusta, per seguire un corso di scrittura creativa. Da lì ho ripreso a scrivere con costanza. Ultimamente scrivo più del solito e penso che il racconto sia la forma di espressione più adatta a me. C’è anche un romanzo nel cassetto, ma per ora è solo un’idea.

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I tuoi scritti hanno tutti un unico filo conduttore? Trai spunto dalla realtà o lavori di fantasia?

I miei racconti sono il risultato della realtà che mi circonda, delle sfumature che mi colpiscono: i fatti insoliti, i comportamenti esagerati, i piccoli misteri quotidiani. A volte uso le informazioni che acquisisco con il mio lavoro di sociologa, altre mi affido di più alla fantasia. Mi piace molto avere un tema da sviluppare, aspettare la scintilla dell’idea e poi lasciarmi portare dai personaggi che, via via, diventano i miei compagni di viaggio.

 

Il racconto che ci hai inviato, “Bob”, era già pronto nel cassetto oppure è frutto dell’ispirazione per il tema del #numerodue di con.tempo?

Bob è nato grazie a voi. Il tema simmetrie all’inizio mi sembrava difficile. Ho scoperto che è sempre così: quando un tema mi sembra lontano dalle mie corde, si rivela invece il più stimolante. D’improvviso, infatti, ho avuto in mente due scene distinte che legavano un personaggio fissato per la simmetria, Bob. Prima di lui, i miei racconti erano meno estremi, ma da quando c’è, ci ho preso gusto. Credo abbia un po’ cambiato il mio modo di scrivere. Ora mi diverto di più e oso di più.

 

Il protagonista del racconto vive la simmetria come un’ossessione. Per sviluppare questo personaggio ti sei ispirata a qualche sindrome esistente? Hai dovuto studiare oppure è tutto frutto della tua fantasia?

È tutto frutto della mia fantasia. Bob è così perfetto e ordinato da essere irreale. Solo per l’ultimissima scena mi sono dovuta documentare e l’ho dovuta cambiare nella revisione finale del testo, per rendere in qualche modo realistica una scena surreale. Se proprio dovessi associare Bob ad una sindrome, direi che è preda di un Disturbo Ossessivo Compulsivo, ma io preferisco definirlo semplicemente ‘inquietante’, come lo ha descritto chi ha già letto il racconto.

 

La perfezione e l’ordine che descrivi fanno parte anche della tua vita quotidiana?

No, per niente. Sono una persona abbastanza disordinata. Nella scrittura, ad esempio, ricerco l’ordine solo quando voglio essere creativa: scrivania vuota e quaderno nuovo per iniziare un racconto o un lavoro per l’università. Nel racconto immagino Bob come un uomo estremamente puntuale, ecco, in questo sì ci assomigliamo.

 

Il tuo modo di scrivere è influenzato da qualche autore in particolare?

Credo ci sia una tendenza recente e diffusa al minimalismo nella scrittura e io mi sento parte di questa corrente. Ho un libro che avrei voluto scrivere (“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery) che ha uno stile molto dolce, lento, morbido. In realtà ho scoperto di non essere portata a scrivere in quel modo. Quindi ho recentemente perso il mio punto di riferimento. Questo mi ha stupita, ma in positivo. Ho scoperto di poter osare di più.

 

Facciamo un piccolo, classico, gioco: un’isola deserta, solo tre libri.

Porterei “Anna Karenina” di Tolstoj, un personaggio femminile unico e complesso. Poi porterei “Il piccolo principe” di Saint-Exupéry, perché potrei leggerlo molte volte e dargli sempre significati diversi. Infine, credo che mi farei consigliare un noir appassionante che non ho ancora letto, magari uno di quei tomi da cinquecento pagine. Quantomeno non mi annoierei, rimanendo sola sull’isola.

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E se potessi scegliere anche uno scrittore?

Visto che stiamo lavorando di fantasia, sceglierei un autore, anzi un’autrice, non contemporanea: Emily Dickinson. Le sue poesie mi piacciono molto e ha avuto una vita appassionante, non convenzionale per la sua epoca: interessata di politica, lontana dalla famiglia. Credo avrebbe tanto da insegnarmi e avremmo molto di cui parlare. È una delle pioniere della letteratura al femminile, una letteratura che nei premi e concorsi importanti trova ancora poco spazio. Le chiederei consigli su come far sentire maggiormente la voce femminile.

 

Ultima domanda: tra cinque anni? Una scrittrice di successo oppure…?

Tra cinque anni mi vedo sempre indaffarata in tante cose diverse: università, scrittura, famiglia. Mi piacerebbe pubblicare la raccolta di racconti a cui sto lavorando e continuare a scrivere di ricerca, anche per chi non fa parte del mondo dell’università. Da qualche mese ho una mia rubrica quindicinale in un giornale online in cui parlo proprio di questo: delle ricerche scientifiche sui temi del lavoro, famiglia, immigrazione. Penso che nei prossimi anni dovrei approfondire entrambe le mie passioni, scrittura e ricerca e fare in modo che si uniscano sempre di più.

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