Fabrizio C. Carta. Tradurre immagini in parole

di Carlo Benedetti

Fabrizio C. Carta ha una camera piena di disegni, foto, matite. Eppure, non svela molto di se stesso, se non attraverso i racconti che scrive. Nel #numerouno di con.tempo ha pubblicato “Piano sequenza”, racconto malinconico e lieve che ci ha colpito per la sua bellezza. Siamo andati a fargli qualche domanda.

 

Iniziamo dall’inizio: cosa ti piace raccontare della tua vita quando ti presenti a qualcuno per la prima volta?

 

Partiamo dal presupposto che sono un tipo silenzioso, parlo poco di me, soprattutto all’inizio. Per me relazionarmi con qualcuno è una scoperta continua e ammetto di rivelare davvero poco della mia persona, rischiando il più delle volte di passare per presuntuoso. Racconto di me attraverso le mie passioni che comprendono la fotografia, il disegno, la scrittura, i viaggi, l’amore…

 

Il tuo racconto ‘Piano sequenza’ ha un pianoforte nel titolo e molta musica al suo interno. Quanto è importante la musica nella tua vita reale?

 

Ascolto musica circa dodici ore al giorno, qualsiasi genere. Per me la musica, soprattutto quella priva di parole, è fonte inesauribile d’idee. È grazie alle sonate di Ludovico Einaudi che sono nati alcuni dei miei racconti mentre altri hanno visto la luce sotto sferzate epiche e galoppanti o più aggressive sonate elettroniche. Mentre cammino ascolto musica, immaginando scene come se fossi davanti ad uno schermo cinematografico. Vivo la vita di tutti i giorni e la notte scrivo col pensiero, guidato da ciò che le note mi hanno fatto ‘vedere’.

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Il protagonista del racconto ha attraversato momenti complessi eppure li racconta in maniera lieve, quasi distaccata, e questo dà al testo un bellissimo effetto straniante. È stata una decisione cosciente? Ti sei ispirato a qualche scrittore in particolare?

 

Quando scrivo sono puro istinto, non ragiono sull’effetto che potrà avere sul lettore. Non ho uno scrittore guida. La conoscenza appresa sui libri letti in passato ha creato uno stile che potrei definire personale (magari non originale), ma che mi soddisfa al momento della ‘rilettura’. Il mio obiettivo è quello di tradurre in parole le immagini che ho in testa con la speranza che chi legge possa affacciarsi nel mio mondo.

 

Non sembra esserci nessuna redenzione possibile per il protagonista. È anche una metafora, più in generale, per la vita? Ti possiamo accusare di pessimismo?

 

La vita non è rosa e fiori. Mi piace parlare di ciò che molti temono di affrontare. Sono convinto che la speranza esista e che debba esser curata come una pianta. Parto pessimista per sorprendermi delle bellezze nascoste sotto gli strati di fango della realtà. Ho immaginato un ragazzo così tanto pieno d’odio e rancore da divenire disumano. Non si piange addosso e vive la sua vita in silenzio, urlando la sua rabbia attraverso i gesti. Ciò che viene taciuto, il più delle volte, fa più male delle parole.

 

‘Piano sequenza’ è un racconto nato per con.tempo? Ne hai altri nei cassetti e, se sì, quanto sono importanti per te?

 

No. È nato all’improvviso, come tutti i miei scritti. L’idea di un’aggressività familiare così forte è la conseguenza di uno stato d’animo tormentato e la voglia di dar voce alla rabbia di un fratello messo da parte seppur in difetto. Oltre la musica anche le emozioni che provo ogni giorno influenzano i toni – e i personaggi – dei miei scritti.

Sì, ho tanti scritti nel cassetto. Al momento sto lavorando ad un testo che pubblico su un mio blog: ruota attorno ad un ragazzo che dalla vita ha avuto tutto ma che non riesce ad accontentarsi. Brama il successo è ha una propria filosofia di vita che verte sull’individualismo e sullo sfruttamento delle persone come mezzo per ottenere ciò che, al momento, gli serve.

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Se tu fossi costretto a portare con te solo tre libri per un lungo viaggio, quali sceglieresti oggi? E da ragazzo, adolescente, quali avresti scelto?

 

Penso “Il mondo di Sofia” di Jostein Gaarder. “Glamorama” di Bret Easton Ellis e “Chiamami col tuo nome” di André Aciman. Sono tre titoli molto diversi tra loro; ogni libro ha una sua influenza emotiva ben distinta ma nell’insieme racchiudono l’essenza della mia persona: la fantasia, il noir e la realtà che ti prende a schiaffi.

Non mi ritengo ancora un uomo, ho tanti lati del carattere che fanno di me un eterno bambino ma se proprio dovessi scegliere penso porterei: “Il giardino segreto” di Frances Hodgson Burnett, “L’isola misteriosa” di Jules Verne e “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams. Titoli che parlano di avventura e crescita, quello che serve ad un adolescente per crescere lontano dagli stereotipi attuali.

 

L’antropologo Di Nola ha detto: “se vuoi formare i lettori devi farlo quando nascono.” In Italia purtroppo si legge poco (e sempre meno). Quanto leggi e chi o cosa (e come) ti ha fatto iniziare?

 

Purtroppo adesso leggo davvero poco e mi dispiace. Tra il lavoro e la scrittura il tempo dedicato alla lettura si è ridotto a uno, due titoli al mese.

Ho iniziato a leggere verso i 18 anni, grazie ad un film: ero curioso di sapere se la trasposizione cinematografica fosse fedele al libro. Sono stato iniziato alla lettura da Anne Rice, scrittrice fantasy. Da quel giorno, non mi sono più fermato. Da piccolo il mio interesse più grande era il disegno e associavo i libri che mi regalavano allo studio scolastico, accantonandoli in un angolo polveroso della mia camera.

Tra le pagine dei primi testi di narrativa ho scoperto di non essere l’unico ad immaginare mondi alternativi…

 

Il prossimo numero di con.tempo uscirà in primavera: cosa ci suggeriresti per migliorare?

 

Non ho suggerimenti da darvi, posso solo dirvi che offrite grandi opportunità a chi ama la scrittura: quelle di essere coccolati da persone esperte ed arricchiti dalla loro professionalità.

Per me è stato un passo in avanti confrontarmi con voi e seguire i suggerimenti del vostro staff. Mi ha fatto capire che anche un racconto di poche pagine ha bisogno di un lavoro accurato di revisione e tremo all’idea di quando dovrò correggere i miei testi da 300 e passa pagine…

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