Fabio Taffurelli. Bis

di Francesca Guercioni

Fabio Taffurelli torna per la seconda volta sulle pagine di Con.tempo e ci regala Una voce di notte, racconto intimistico e riflessivo, che guarda da vicino all’uomo moderno. Andiamo quindi a scoprire qualcosa di più sulla storia raccontata e sull’autore.

Prima di tutto complimenti! Per la seconda volta consecutiva un tuo racconto è stato selezionato per la pubblicazione. Come ti sei sentito la prima volta? e come ora?

La prima volta davvero contento! Ci speravo, ma vedere la mail di una redazione è una cosa nuova, ed ero al settimo cielo! La seconda invece sono rimasto davvero sorpreso, specie perché non mi aspettavo che anche per questo numero sarebbero stati presi in considerazione autori già scelti per il primo! Ma fa sempre piacere, è una bella iniezione di fiducia!

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In questo secondo racconto parli di un uomo che definisci «solo un uomo davanti alla finestra» e qualche riga più tardi «solo un uomo in attesa». È questa secondo te la condizione dell’uomo oggi?

Sì, anche. Non per tutti, ma il senso di alienazione che molte persone provano, soprattutto per via dei ritmi lavorativi asfissianti, è una cosa sempre più diffusa.

Ti senti vittima di questo meccanismo schiacciante?

Personalmente no, dato che il lavoro non incide negativamente sulla mia vita personale, tranne le volte in cui capita la giornata nera – ma sono rare, per ora. Però avverto il fatto che per molti sia così, che si entri in un “loop” dal quale è difficile uscire. E poi ci sono anche quelle persone che hanno bisogno, effettivamente, di sostenere certi ritmi lavorativi.

La prima volta che ho avuto il racconto davanti agli occhi ho istintivamente letto «un uomo solo davanti alla finestra» e solo dopo mi sono resa conto dell’errore. Pensi che la scrittura e l’ispirazione siano fortemente legate alla solitudine?

Non saprei, è un discorso davvero molto soggettivo. Però sì, c’è un lato della pulsione per la scrittura che è collegata alla solitudine. O forse, avvertire il bisogno di scrivere è in qualche modo una conseguenza di una ricerca di solitudine, se non altro mentale e spirituale.
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Camilleri nel suo romanzo Una voce di notte parla di questa come di una voce che potrebbe essere quella della propria coscienza. Sei d’accordo?

Decisamente. Di notte i pensieri sono molto più nitidi, più profondi. E il solo fatto di pensare, di notte ha più a che fare con ciò che abbiamo dentro, piuttosto che con ciò che succede al di fuori.

È la voce della coscienza che conduce alla scrittura?

Da lì parte tutto, certo. Ma per ascoltarla e farsi guidare alla scrittura, la voce della coscienza deve anche essere brava a captare ogni sfumatura, ogni dettaglio. Insomma, l’ispirazione non nasce dal nulla, ma è qualcosa che si trasforma.

La donna del racconto è la molla che fa scattare la coscienza o è lei stessa la “voce di notte”?

Lei? Beh, lei è un bel grattacapo! Scherzi a parte… la donna del racconto è una presenza costante, anche se lontana. Se non è una “voce”, è senz’altro una sensazione di fondo ancora ben viva nel protagonista.

Quanto c’è di autobiografico? Questa presenza femminile esiste?

Di autobiografico nulla, nel senso che non è una situazione vissuta da me in prima persona. Anche la presenza femminile distante non è reale. Però qualcosa di biografico c’è, non vissuto da me, nella telefonata tra il protagonista e lei. È un fatto capitato quando ero più piccolo, che mi ha colpito molto e che mi è rimasto molto impresso.

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