Giacomo Savani. Sono partito da un’immagine

di Daria Porciatti

Giacomo Savani, ventinovenne parmense, dopo aver trascorso “un’adolescenza incolore” nella sua città natale, si iscrive all’università e vive per sei anni a Bologna dove “apre gli occhi sul mondo e sulla natura degli uomini”. Laureato in archeologia, si barcamena fra lavori improbabili e ripetizioni di greco per liceali ricchi prima di vincere un dottorato di ricerca in archeologia romana presso l’Università di Leicester, in Inghilterra.

Noi abbiamo deciso di fargli qualche domanda su ‘L’ombra della cattedrale’, il racconto che ha scritto per il #numerozero di con.tempo.

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Ne ‘L’ombra della cattedrale’ hai deciso di raccontare un celebre ‘attimo prima del confine’ che ha cambiato la storia dell‘Occidente. Come nasce questa ambientazione?

Quando ho iniziato a scrivere il racconto, avevo solo una vaga idea di come si sarebbe sviluppata la storia. Sono partito, come faccio spesso, da un’immagine. In questo caso, una visione tutt’altro che accattivante: un moscone sopra un escremento di cane in una dolce serata di ottobre. Sono state le implicazioni simboliche di questa immagine a indicarmi la direzione. Nella tradizione ebraico-cristiana la mosca è infatti spesso associata al Diavolo, Belzebù o il Signore delle Mosche. Lo sviluppo del carattere del protagonista, solo in un secondo momento identificato con un personaggio storico preciso, è in qualche modo partito dalla sua reazione emotiva e superstiziosa di fronte all’umile spettacolo cui lo avevo messo davanti.

 

Questa scelta ha richiesto un lavoro di documentazione storica?

Una volta stabilito il luogo e il tempo del racconto, ho fatto delle ricerche che mi hanno permesso di entrare in sintonia con il personaggio. Ho studiato la sua vita e il suo aspetto fisico e poi mi sono concentrato sul contesto in cui agiva. Mi sono stati molto utili i dipinti risalenti all’epoca cui ho fatto riferimento.

Hai detto di non aver stabilito a priori l’impianto narrativo del racconto. L’idea di ambientarlo nel passato ci è parsa, però, quasi spontanea. Pensi che il fatto di essere un archeologo ti abbia influenzato?

Sicuramente ho una certa predisposizione per il passato. Mi era già capitato di scrivere racconti con un’ambientazione storica o comunque basati su personaggi realmente esistiti. Quello che m’interessava di più in questo caso era la possibilità di raccontare gli aspetti più intimi e privati di un uomo la cui individualità è sempre stata messa in secondo piano dal suo ruolo di personaggio storico.

Nella tua vita, oltre alla passione per la scrittura, c’è anche quella per il disegno. Pensi che questo abbia a che fare con la tua inclinazione a ragionare per immagini?

Certo. Come ho già detto l’aspetto visivo è molto importante nei miei racconti e in questo in particolare. I colori, insieme agli odori, sono forse gli elementi che più di tutti mi hanno permesso di immergermi nel presente del protagonista. Anzi, lo sviluppo stesso della storia è, in qualche modo, affidato alla potenza evocativa di colori e profumi che risvegliano nel protagonista ricordi lontani, sorta di epifanie che si rivelano in un momento cruciale della sua vita.

 

Ma fra scrittura e disegno quale mezzo espressivo ti è più congeniale? Quale riesce a esprimere meglio la tua personalità?

Il disegno ha avuto un ruolo molto importante nel mio sviluppo artistico. Al puro piacere espressivo di questa attività ho associato quasi subito un forte impulso narrativo che mi spingeva a raccontare storie attraverso le immagini che disegnavo. In qualche modo quindi per me questi due mezzi espressivi sono sempre stati profondamente intrecciati.

 

Hai mai pensato di fonderli e scrivere una graphic novel?

In realtà solo da qualche anno ho concentrato il mio interesse sulla scrittura. Fino a cinque o sei anni fa scrivevo e disegnavo soprattutto fumetti. Ho sempre avuto una forte attrazione per questo medium cui mi piacerebbe dedicarmi in futuro, anche se si tratta di un lavoro incredibilmente impegnativo e per il quale avrei sicuramente bisogno di una lunga preparazione tecnica. In passato mi è capitato di scrivere la sceneggiatura di un fumetto per un amico disegnatore e devo dire che i risultati sono stati incoraggianti, benché la nostra collaborazione sia stata breve.

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Come vivi questa esperienza lontano dall’Italia e come ha influito sulla tua vena creativa?

Vivere all’estero ti mette nella condizione privilegiata di poter osservare il tuo paese da un punto di vista esterno. Ti permette di guardare oltre le brutture e le ingiustizie che ti hanno spinto a lasciarlo, dandotene una visione più equa e oggettiva. Più in generale, la condizione di straniero e la necessità di adattarti ti costringono a sviluppare una forte sensibilità per le sfumature e ad acuire il tuo spirito di osservazione, doti molto utili in qualsiasi processo creativo.

 

Poco prima di partire hai avuto anche tu un tuo “attimo prima del confine”?

Partire è stato molto naturale per me e quindi non c’è stato un vero e proprio momento decisivo. Naturalmente ci sono stati attimi nel corso della mia vita in cui ho conosciuto le emozioni tumultuose e contrastanti che vive il protagonista del mio racconto.

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