Rachele Bonfondi. L’implicita presenza dell’altro

di Davide Sibilia e Letizia Spiga

 

Insegnante di storia, filosofia e di sostegno, attenta osservatrice del mondo; si definisce “grafomane” Rachele Bonfondi, che per il #numerozero di con.tempo ha scritto “Primavera in Mare”, un racconto amaro e toccante, da leggere quasi sottovoce.

Conosciamo meglio Rachele con alcune domande.

specchi

 

Raccontaci qualcosa della tua infanzia e della tua formazione: quali sono stati gli eventi significativi che hanno segnato il tuo percorso e la tua persona?

Come penso accada a molti, della mia infanzia ricordo come importanti momenti banali, sensazioni, attimi talvolta confusi. Cresciuta in campagna, ricordo come “formative” le passeggiate estive, nell’aria della sera azzurrina che avvolgeva tutte le cose. Ricordo i pomeriggi trascorsi a leggere, immersa in mille avventure. Se devo, però, pensare a un insegnamento prezioso di quegli anni, credo che sia l’aver appreso da mia madre a osservare ciò che avevo intorno, a farmi domande, a indagare, a fantasticare. Forse deriva da questo il mio amore per la lettura e la scrittura, ma anche per la filosofia. Gli stimoli dell’adolescenza e della giovinezza sono stati troppi per essere ricordati: compagni di liceo preziosi, amicizie fortissime, legami improbabili, eventi grotteschi, un giornalino scolastico, tanti libri, cinema, musica, progetti assurdi, esperimenti, illusioni. All’università il mio interesse per la parola mi ha portato a una tesi in filosofia del linguaggio, in bilico tra letteratura e filosofia analitica. Il resto della mia vita da adulta, esclusi alcuni lavoretti, mi ha visto diventare insegnante di storia e filosofia ma, soprattutto, di sostegno. E si tratta di un lavoro che ti segna: meraviglioso, talvolta emotivamente molto difficile, ma perennemente stimolante. Ho imparato (e ancora imparo) linguaggi sempre nuovi, espressioni diverse, mondi insospettabili custoditi gelosamente in chi ho davanti. E forse anche in me.

 

La scrittura: compagna di vita o abbandono momentaneo?

Decisamente compagna di vita, al punto che a volte credo di sfiorare la grafomania; mi piace persino scrivere i verbali delle riunioni (caratteristica per la quale ho la gratitudine dei colleghi)! Ho sempre scritto, fin da bambina, mi è sempre venuto spontaneo, talvolta anche solo per godermi la sensazione di “catarsi” che segue. Scrivere è talvolta doloroso, talvolta rilassante, ma non parlerei, per quanto mi riguarda, di “abbandono”: anzi, è un modo per essere più presente a me stessa.

 

Come vivi la scrittura?  È un bisogno personale o uno strumento per comunicare un messaggio?

Una volta un’amica mi ha fatto notare che si scrive sempre per qualcuno e credo ci sia molto di vero in questo. Riallacciandomi alla domanda precedente, penso che talvolta si scriva per se stessi, talvolta per chi non può nemmeno ascoltarci, oppure per chi non vuole farlo o, al contrario, per chi non brama altro che una nostra parola. Comunicare implica la presenza di un altro, di un interlocutore: magari interiore o silenzioso, ma pur sempre destinatario di ciò che si sta cercando di trasmettere. Non so dire se la parola scritta in generale e la mia in particolare porti un messaggio, ma forse sarebbe chiedere troppo. Credo che le parole abbiano un significato, un peso, un valore, anche se minimo; mi piace pensare che consegnarle alla pagina serva a dar loro uno spazio, consentendole di attendere di essere lette.

dundee

Da cosa nasce “Primavera in mare”?

Vorrei dire semplicemente che nasce da due promesse reciproche non mantenute dalle due protagoniste e dal desiderio di sanare un debito che sentivo di avere. Nasce dalla paura di dimenticare, ma anche dalla timida consapevolezza di aver saputo amare.

 

Ci sono elementi autobiografici tra le righe dei tuoi racconti?

Dipende: a volte gli elementi autobiografici sono molti, altre mi limito a prendere in prestito brandelli di vite altrui sfiorate, immaginate o reinventate. Gli spunti non mi mancano; ho una famiglia piuttosto curiosa e la mia vita è popolata di persone veramente interessanti. Come dicevo prima, amo osservare ciò che mi circonda e tendo a sdrammatizzare con ironia o un po’ di humor nero: non saprei dire se sia un’arma di difesa o una lente interpretativa, ma la vita e le persone sono talmente piene di assurdità e paradossi da risultarmi irresistibili!

 

Il 21 Febbraio è una data semplicemente funzionale al racconto oppure ha anche un valore affettivo personale?

Entrambe le cose: tutto quello che c’è da sapere in proposito è scritto nel racconto. Si tratta di uno strano dialogo di confine in un giorno di confine: un’ambulanza che viaggia verso un ospedale, una donna che non tornerà a casa ma che trova il tempo per dire alla figlia cose strane sul risveglio (simbolico o immaginato?) della vita marina il 21 febbraio.

 

Come stai vivendo l’esperienza di con.tempo?

La sto vivendo come una piacevole sorpresa. Apprezzo il progetto, l’entusiasmo e la serietà con cui lo state portando avanti e mi pare molto azzeccata l’idea di proporre una tematica per ogni numero, in modo da dare una coesione interna. Inoltre ho trovato divertente e stimolante lavorare all’editing con voi perché credo che aiuti moltissimo a oggettivare punti di forza e debolezza di un racconto. Sono curiosissima di vedere il prodotto finale e vi faccio un enorme in bocca al lupo per tutto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *