Una rivista, un sito

Contemporaneità lenta. Che sa prendersi il giusto tempo. Cara vecchia carta. Narrativa breve, inedita. Le storie che sono nell’aria. Immagini e grafica sperimentale, libera.

Se dovessimo riassumere con.tempo ne verrebbe fuori qualcosa del genere. Una rivista, uno spazio aperto alle storie di oggi, ai racconti che vanno persi perché letteratura minore. A noi la letteratura minore piace. È più libera e forse più vera.

I racconti vengono da voi. Noi ci limitiamo a suggerire un tema, a stirarlo fino alla sua ampiezza massima. Non possiamo pagarvi, né potremo mai (diciamolo subito, tanto per togliere qualsiasi dubbio). Ma ogni racconto che sceglieremo di pubblicare avrà un editor che lavorerà insieme all’autore per migliorare il testo, dando consigli, suggerimenti, correggendo refusi e strigliando bene ogni riga.

Ad ogni nuovo numero della rivista chiederemo ad un artista, un grafico, un visual designer diverso di immaginare e realizzare l’impaginazione e la copertina. Vogliamo che la rivista sia bella da vedere, oltre che da leggere. Uscirà ogni tre mesi e sarà numerata, 999 copie, oltre che gratuita. Se riuscite a trovarla in giro, è vostra. Potremmo parlare di arte e letteratura e il loro rapporto con il commercio, ma non ora e non qui.

Questo sito ospiterà tutto il resto: interviste agli autori, lamentele di quelli lasciati fuori, idee, articoli sulla scrittura e la lettura, immagini, disegni. Tutto quello che ci sembrerà giusto mettere accanto ai vari numeri della rivista di carta, senza limitazioni.

A volte ci spaventiamo. A che serve un’altra rivista? Con che coraggio parliamo di scrittura? Altre, ci sembra di essere artigiani e il raccontare storie, lo scrivere, una di quelle cose che gli uomini fanno da sempre, come il camminare o l’innamorarsi. E che in fondo questa rivista serva per raccontarci di nuovo e ancora una volta.

Gli Scriptomanti. Associazione a delinquere di stampo narrativo.

di Guia Bigazzi

 

Gli Scriptomanti sono gli autori di uno dei racconti del nostro #numeroquattro: “Operazione Sherazade”. Conosciamo un po’ meglio questo duo di scrittori che si nascondono (e si svelano) dietro uno pseudonimo.

Come è nata l’idea di scrivere un racconto a quattro mani?

Scriptomanti: Come Scriptomanti gestiamo insieme un blog di racconti brevi e sperimentali; l’associazione a delinquere di stampo narrativo per noi è la prassi.

Come si è svolto il lavoro?

Scriptomanti: Nulla di troppo bizantino: tutto è nato dalla volontà di non esplorare i soliti clichè thriller-noir o legati alle distorsioni temporali; una volta trovato il mood, inteso come ambientazione e tono leggero, abbiamo trascorso un pomeriggio facendo brainstorming per gettare le basi. Visto che comunque c’è una duplicità all’interno della struttura stessa del racconto, ci è venuto naturale “dividerci i compiti”. Dopo aver scritto la prima parte, ho mandato la bozza a Benny, che ha proseguito con la seconda metà. Sulla base quindi di ciò che avevamo scritto, ci siamo accordati su come concludere la storia. Per il resto si è trattato solo di riletture e correzioni.

Parlateci di voi: chi siete, come è nata la vostra amicizia?

Mozzo: Ci siamo conosciuti in università; siamo tra i più grandi esperti di morfometria geometrica in italia. E se non avete idea di cosa sia la morfometria geometrica o non ne avete mai sentito parlare, è perché adottiamo gli stessi regolamenti del fight club.Quando ci siamo resi conto di essere più competenti dei nostri mentori, ce ne siamo andati, decidendo di provare a eccellere anche in altri campi. Io per esempio so fare degli origami modulari stupendi.

Se non sapete cosa siano gli origami modulari, è perché adottiamo gli stessi regolamenti della morfometria geometrica (ride).

Benny: Aggiungo che il collante degli esordi è stato senza dubbio l’heavy metal. La prima volta che ci incontrammo il Mozzo indossava una felpa degli Iron Maiden e io una maglietta dei Behemoth. Come si dice: il resto è storia.
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Come è nata la vostra comune passione per la scrittura?

Mozzo: I primi scritti concreti sono di Benny; io mi limitavo a condividere con lui tutti i pensieri e le fantasie più strane, stupide e malate che mi venissero in mente. Ora sa bene che quando inizio una frase con “E se…”, entro la fine della settimana avrò un racconto da fargli leggere.

Poi lui ha proposto l’idea del blog e da allora sono cominciati i pomeriggi di delirio al Convitto (la nostra torteria sabauda di riferimento). Quando i nostri porgetti di storytelling ad alta voce hanno attirato l’attenzione della nostra cameriera preferita fu quasi un obbligo per noi continuare, anche solo per fare i pavoni con la coda spalancata. D’altra parte, lo stesso Gideon Defoe ha ammesso di aver scritto Pirati! per fare colpo su una ragazza.

Benny: Sì, è vero. Avere accesso diretto alla fantasia sfrenata (e delirante) del Mozzo è per me un privilegio. Tanto per dire: uno dei nostri primi progetti, per ora rimasto incompiuto, terminava con il lungo quanto sofferto monologo di una vacca. Scherzi a parte, i pomeriggi al Convitto oltre che essere molto produttivi sono un grande spasso, credo risieda qui l’energia che ci spinge a continuare. Senza nulla togliere alle grazie della cameriera, ovviamente.

Quali sono gli autori che più vi hanno aiutato a crescere, che vi hanno influenzato maggiormente?

Mozzo: Philip K. Dick, H.P. Lovecraft, China Mieville. Alan Moore e Garth Ennis per quanto riguarda i fumetti. Potrei semplicemente definirmi un nerd, ma da quando ho dichiarato di odiare Tolkien, hanno strappato la mia tessera di socio. Sono un grande appassionato di new weird e un accanito sostenitore della mescolanza di generi.

Benny: John Fante, Borges, George Saunders, Joe Lansdale. Divoro numerosi libri “commerciali”, in fondo ho iniziato a leggere con Wilbur Smith. Leggo anche diversi saggi, trovo che siano un fonte inesauribile d’ispirazione; quelli a cavallo fra fiction e realtà sono i miei preferiti, per esempio i lavori di Emmanuel Carrère.

Ogni scrittore ha i suoi riti, rivelateci i vostri: cosa fate per trovare l’ispirazione?

Mozzo: Il Convitto, appunto. Lunghi pomeriggi a esplorare gli scenari più impensati, a ritrarre i personaggi più improbabili e a violentare i cliché più banali davanti un cappuccino e una fetta di cheescake. A volte riceviamo strane occhiate preoccupate da parte della clientela meno avvezza alla presenza degli Scriptomanti. (Tra l’altro, cheesecake è maschile o femminile?)

E poi, i viaggi in treno. La tratta Ciriè-Torino Dora è la più grande fucina di idee, per quanto mi riguarda.

Benny: Io di solito faccio così: mi viene un’idea, la segno sul taccuino, la porto al Convitto quando ci incontriamo per sragionare in santa pace e poi la espongo al Mozzo. A quel punto può succedere di tutto. (Credo che sia indifferente, basta che sia buona!)
Teatro

Questo numero di con.tempo è stato un po’ diverso rispetto agli altri, perché al posto di un tema abbiamo suggerito un incipit; secondo voi è stato più complesso scrivere un racconto in questo modo? Avreste preferito un tema?

Mozzo: Per me è stata una manna dal cielo, soprattutto se legato a un limite di parole. Con temi più generici, tendo a produrre pagine e pagine a decine.

Benny: Una modalità interessante e originale; credo che si tratti di un binario più stretto rispetto al semplice tema, e quindi più stimolante.

Come è stato collaborare con con.tempo?

Mozzo: Per me è stata la prima collaborazione esterna al blog, e devo dire di essermi trovato benissimo. Ottima comunicazione via mail e gestione delle tempistiche. Ho trovato molto stimolante il lavoro di editing che non si è limitato alle mere correzioni ma anche a veri e propri suggerimenti e spunti che magari non avevamo preso in considerazione.

Benny: Sono d’accordo, ritengo che un lavoro di revisione accurato possa migliorare (e di molto) un racconto. Siamo blogger compulsivi, quindi i nostri pezzi non passano molto tempo in laboratorio prima di essere esposti in vetrina; lavorare a più riprese su “Operazione Sherazade” ci ha permesso di essere più precisi del normale.

Avete altri progetti in mente per il futuro?

Mozzo: Portare avanti il progetto Scriptomanti: con il repertorio di racconti pubblicati durante tutto il 2015 stiamo pensando di realizzare un ebook di raccolta e ad altre collaborazioni con riviste e concorsi per farci conoscere un po’ di più. Inoltre stiamo pianificando un laboratorio di narrazione sperimentale a Torino dove accogliere i numerosi cultisti della scriptomanzia che vagano allo stato brado per la città. E ovviamente invitare la cameriera del Convitto a prendere un caffè.

Benny: Lascio al Mozzo il privilegio caffè, altrimenti quando questa intervista verrà pubblicata ridiventerò single. Baggianate a parte: cercateci online, leggeteci, piaceteci su Facebook e se avete voglia di buttarvi insieme a noi nella scrittura, venite ai nostri laboratori. Stay brutal!

Arturo Mugnai. Scrivere illude, quindi aiuta.

di Daria Porciatti

 

A dir la verità, già ci conosciamo… Infatti sei già stato fra i prescelti del #numerodue di con.tempo. Raccontaci lo stesso qualcosa di te

Già, ci conosciamo bene ormai, cara con.tempo! Sono sempre il neolaureato in psicologia con la passione per la scrittura e per molte altre cose che le ruotano intorno. Ho un anno in più stavolta. Venticinque. E sì, sono ancora su quel confine a ballare, quello oltre al quale non si è più studenti universitari. Scrivere aiuta? Scrivere illude, quindi aiuta.

 

Cosa è cambiato dalla tua prima esperienza con contempo? Hai continuato a scrivere? Noti cambiamenti nel tuo stile o nel tuo approccio alla scrittura?

Sì, da allora ho scritto molto. Poca narrativa in realtà, per lo più articoli di approfondimento per blog e siti. Quando mi sono rituffato nella narrativa ho cercato di scrivere storie che si svolgessero in tempi brevi, così da provare a dilungarmi su descrizioni e dettagli. È un modo per entrare nei panni dell’altro, un altro qualunque. Un esercizio che nella vita quotidiana tendiamo a boicottare.

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Raymond Quenau riteneva che il vincolo fosse uno stimolo anziché un limite alla creatività dell’artista: sei d’accordo? Il vincolo del nostro incipit è stato un aiuto o una costrizione alla tua vena creativa? Quanto ha indirizzato la tua ispirazione?

L’incipit mi ha aiutato con il tema: faceva pensare a quelle situazioni che non vedi l’ora finiscano. Pensi “tra dieci minuti è tutto finito”. E allora mi è venuto in mente un incontro importante come quello che ho raccontato. Più che un limite, l’incipit ha contribuito alla stesura del racconto, quindi sono d’accordo con Quenau.

 

I tuoi ‘dieci minuti’ parlano, appunto, di un incontro importante, che potenzialmente può cambiare la vita del protagonista. Ti è mai capitato di trovarti di fronte ad un evento del genere? Quanto somiglierebbe l’autore al suo personaggio in una situazione analoga?

No. Capitare non è mai capitato. Però me lo sono immaginato molte volte, Arturo proiettato in una situazione del genere: sarebbe proprio come il Tommaso del racconto. Emozionato, un po’ insicuro nei movimenti, deciso quando c’è da aprire bocca. Qualora capitasse mai un’occasione simile, mi ricorderò di raccontarvi somiglianze e differenze con Tommaso. Ora che ci penso, sembra quasi che siano i personaggi di cui scrivo a mettersi nei miei panni, non il contrario. Vedete come è difficile?

 

Oggi capita spesso di essere trattati come il tuo personaggio: ogni giorno si rivolgono e si ricevono occhiate rapide e distratte per poi tornare a fissare imbambolati il proprio smartphone. Nel caso del tuo racconto però, alla base di questo atteggiamento non c’è né mancanza di rispetto né alienazione. A volte, insomma – sembri dirci – non è come sembra. Il tuo racconto dunque è un invito ad andare oltre le apparenze?

Assolutamente sì. I temi trattati dal racconto sono essenzialmente due: l’assenza di feedback di risposta cui spesso assistiamo quando si tratta di proposte di collaborazione, ricerca lavoro e proposte di progetti, e la delusione che proviamo nei confronti di chi non riesce a staccarsi dallo schermo del proprio dispositivo durante una conversazione. Leggo sempre più spesso che la colpa (di cosa poi?) è degli smartphone, che ci hanno resi quelli che siamo adesso (cioè come, mi chiedo?). Anche in questo caso è difficile trovare risposte. Io mi schiero dalla parte di chi dice che un dispositivo collegato ad internet in tasca può semplificare la vita in maniera considerevole. Soprattutto quando si aspettano notizie importanti, come succede nel racconto.

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Il protagonista del tuo racconto sogna di entrare nel mondo del giornalismo. A te piacerebbe? Se tu potessi scegliere quale giornalista vorresti incontrare?

Mi piacerebbe moltissimo. Per un periodo di sei mesi ci sono stato, nel mondo del giornalismo (sportivo). Poi il percorso intrapreso all’università mi ha in qualche modo richiamato all’ordine. Con questo racconto ho in qualche modo sublimato il mio desiderio, da una parte facendolo uscire di scena, dall’altra lasciandogli ancora una porta aperta. Non si sa mai. Il giornalista che vorrei incontrare somiglia da un lato a Marco Damilano, perché scrive e dice cose con chiarezza e semplicità e in più ha la faccia di uno che è disposto ad insegnarti tante cose. Dall’altro, ha il profilo di Luca Sofri: si interroga spesso sul senso di questa professione oggi e ha accettato la sfida del digitale.

 

Infine torniamo ai dieci minuti: cos’altro si può fare in così poco tempo, oltre a “fumare una sigaretta, uccidere un uomo, far male l’amore?” Dicci le prime tre cose che ti vengono in mente

Si prepara un caffè per un buon amico. Ci leggiamo insieme un articolo interessante (dallo smartphone, ovviamente). Ne discutiamo, ma giusto dieci minuti.

Alessandro Benassi o ElBenasso. Leggere è resistenza.

di Giulia Ferruzzi

 

Alessandro, aka ElBenasso, iniziamo da te. Raccontaci qualcosa : chi sei, cosa fai, cosa ti piace.

Grazie Contempo, è una vita che sogno di fare un’intervista e non sapendo quando avrò un’altra opportunità, mi perdonerete se la sfrutto al massimo. Ho 31 anni e vivo a Lido di Camaiore, diplomato al liceo scientifico, svogliato studente di lettere moderne, operaio. Riparo e installo elettrodomestici per un centro assistenza di Massa-Carrara e dopo aver frequentato il corso di sceneggiatura alla Scuola Comics di Firenze, io e altri due ragazzi abbiamo messo su un progetto di autoproduzione di fumetti, la Amianto Comics, che a breve comincerà le pubblicazioni. Intanto ci potete trovare sui social. Mi piacciono la letteratura, la filosofia, la musica hip hop e jazz, il basket, i fumetti, Fantozzi, il socialismo e i vecchi film di Will Ferrell e Humphrey Bogart.

 

Che rapporto hai con la scrittura? Scrivi spesso o aspetti l’ispirazione e, se è vera quest’ultima affermazione, che cosa attira più la tua attenzione di scrittore?

Scrivo da quando ho memoria. Il mio primo racconto è stato un tema dove un bambino, dopo il furto di una bicicletta, si suicida. Io piangevo e mia nonna mi disse che era proprio da scrittore. Credo sia tutta colpa di mia nonna. Il mio rapporto con la scrittura è cambiato negli anni: nell’adolescenza era uno sfogo, una maniera di esprimersi, poi con i corsi di scrittura e l’esigenza di convertirla in una professione, scrivere è diventato un peso e avevo quasi smesso. Adesso, con l’impegno nel fumetto, è tornata ad essere una maniera di esprimersi, mediata dagli anni e dall’esperienza. Scrivo spesso perché è parte di un progetto di vita e una necessità ma non sono un grafomane. L’ispirazione serve per l’idea, per lo spunto, ma poi entra in scena il lavoro, la fatica di cesellare un testo, di renderlo leggibile e piacevole per i lettori. L’idea romantica dell’artista come scheggia impazzita in preda all’istinto ha fatto più danni della grandine.
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Il tema del tuo racconto ricorda, a mio parere, i primi romanzi di Ammaniti in cui si ritrovano immagini dalle tinte forti e splatter. Come è nato il tuo racconto “Tecniche di crescita professionale”? Ti sei ispirato a qualche autore in particolare?

Mi lusinga il paragone pur avendo letto solo un romanzo di Ammaniti “Come dio comanda”, senza trovarlo illuminante. Il racconto nasce dall’incipit e dal tentativo di dare una voce, un corpo a questo strano personaggio che pensa cose fuori dall’ordinario e discordanti come “uccidere persone” e “fare male l’amore”. Avevo bisogno di un protagonista che potesse contenere queste proposizioni così diverse senza usare il filtro della malavita. Ho usato l’altra faccia della medaglia, l’arrivista contemporaneo. Ho scritto di getto la prima stesura, l’ho fatta correggere al mio collega di fumetti, Matteo, per poi sistemarla e spedirla il giorno dopo. E con mia grande sorpresa, vista proprio la venatura splatter, è stato accettato. Non posso dire di essermi ispirato a qualcuno in particolare, però durante la scrittura stavo leggendo “Perdido Street Station” di China Miéville e “Apocalisse Peluche” di Carlton Mellick III, pubblicato da Vaporteppa, che sicuramente hanno influenzato il mio immaginario in quel momento.

Per dirla con una frase fatta: “Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”. Alessandro/ElBenasso che lettore è?

Un lettore vorace e senza metodo, purtroppo. Non leggo quasi mai due opere dello stesso autore e certo mai di seguito. Prediligo la narrativa americana: Yates, Carver, Diaz, Chabon, Salinger, Barth, Barthelme, Wolfe, Walker, Egan e chiaramente Hemingway e Faulkner. Tra gli italiani Moresco, Raimo, Benni, Santoni e Vasta, che sto scoprendo proprio in questi giorni. Solo amore per Pullman, Camus, Pennac e Kundera, passioni giovanili. Nel fumetto idolatro Grant Morrison, un dio pagano, Jim Starlin, Moore, Berardi, Kirkman, Vaughan, Araki , Alison Bechdel e il maestro Bill Watterson, quello di Calvin & Hobbes. Menzione speciale per Roland Barthes e Slavoj Zizek.

 

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In una società iper velocizzata in cui il rapporto con il tempo appare sempre più morboso, la lettura che posto ha secondo te? Nel terzo millennio, la formula del racconto può essere una chiave efficace per riavvicinare le persone alla letteratura?

Domanda difficile. Il rapporto con il tempo appare sempre più morboso perché c’è da lavorare, ma lavoro non ce n’è; c’è da divertirsi, ma nessuno si ricorda come si fa; è tardi e ci sentiamo vecchi piuttosto che adulti. Leggere è resistenza, una lotta per capire cosa succede davvero nel mondo e dentro di noi. Mi piacerebbe che in Italia si leggesse di più: io e voi avremmo più possibilità di pagarci l’affitto con l’arte piuttosto che relegarla al ruolo di “hobby”, in più, sono convinto che se si leggesse di più, molte meno persone voterebbero Lega. Il racconto è uno strumento preciso e tagliente e le sue potenzialità digitali ancora da esplorare, ma credo anche che il salotto letterario italiano debba togliersi di dosso certi preconcetti e atteggiamenti snob. Ma non possiamo combattere contro i mulini a vento: serve una politica culturale diversa per riuscire a risollevarsi da un ventennio che ci ha regalato solo pessimi comici, soubrette maggiorate e un estenuante disinteresse per la sfera pubblica. Dovremmo fare i conti col nostro passato recente e ricordare che questo non è solo il Paese di Briatore e della Fallaci ma anche di Gramsci e Balestrini.

Michela Pagni. Leggere, scrivere e viaggiare sono un po’ la stessa cosa

di Silvia Piangerelli

 

Michela Pagni ha scritto  il racconto “Farai felice qualcun altro”, che pubblicheremo nel #numeroquattro di con.tempo. L’abbiamo intervistata per conoscerla meglio e saperne di più sul suo racconto.

 

Raccontaci qualcosa di te: dove vivi, cosa fai nella vita, quali sono i tuoi interessi?

Vivo a Marti, un paesino in provincia di Pisa, e lavoro come parrucchiera da tempo immemorabile. Un lavoro che, con il tempo, ho imparato a usare per approfondire i miei personaggi. Direi che lavorare al pubblico, se non ti annienta, riesce a darti una conoscenza profonda delle persone e nello stesso tempo delle loro maschere. Ho due grandi passioni: l’arte e la natura, gli animali. Sono due mondi per me separati che difficilmente sono riuscita a mettere assieme, quasi avessi paura in questo modo di profanarli. Mi piace molto anche leggere e viaggiare, che forse è un po’ la stessa cosa. E andare al cinema e a teatro. Ho scritto da sempre, ma ho anche dipinto, fatto installazioni e sculture in creta.

 

Di solito scrivi racconti o ti dedichi anche ad altri generi letterari?

Da alcuni anni scrivo racconti, qualche sporadica poesia. Ho iniziato con le poesie, però. Anzi, prima di tutto, ho iniziato con un diario.

 

Hai mai pubblicato qualche tuo scritto in riviste?

Ho pubblicato qualche poesia in alcune raccolte, un racconto che è andato assieme ad altri in un libricino dentro le sale d’attesa della mia Usl, e un paio di racconti in due raccolte di fine corso alla Scuola Carver, una scuola di scrittura creativa di Livorno. Poi mi hanno pubblicato online i racconti con i quali sono arrivata prima e seconda in due concorsi letterari. In una rivista letteraria è la mia prima volta e devo dire che è una cosa che mi entusiasma molto.

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Qual è il tuo scrittore preferito? E il tuo libro?

Mi è difficile pensare a un solo scrittore, oppure a un solo libro preferiti. Mi è più facile pensare a tutti quei libri e quegli autori che ogni tanto sento il bisogno di rileggere, come quando riguardi quei film o riascolti quei cd per l’ennesima volta. Per me Bukovski, Cèline e John Fante stanno a Pulp Fiction, Amici miei e fratelli Coen, come Dostoevskij, Sartre e Shakespeare stanno a Schindler list, La grande guerra e L’attimo fuggente, per esempio. Dante, Faulkener, Leopardi, Wislawa Szymborska, Verga, Baricco e molti altri, invece, sono musica che mi culla, ognuno con il proprio ritmo. Per i libri penso a Post Office di Bukovski, Aspetta primavera Bandini di Jhon Fante, Delitto e castigo di Dostoevskij, La nausea di Sartre, Amleto, la Divina Commedia, L’urlo e il furore di Faulkner, I Malavoglia, Novecento di Baricco…

 

Il tuo racconto “Farai felice qualcun altro” è ambientato a Rio de Janeiro, una città in cui “conta aver coraggio, mica aver letto i libri”. Da dove viene la decisione di ambientare qui la tua storia? Ci sei mai stata?

Non sono mai stata a Rio de Janeiro però ho viaggiato abbastanza e ho letto molta letteratura di viaggio, quindi mi sono fatta un’idea di dove possano accadere certe storie. Dove c’è miseria purtroppo le dinamiche sono sempre le stesse, cambia solo il modo con cui la gente ci si rapporta. Non c’è un motivo preciso per cui ho scelto questa città. Forse nel mio immaginario Rio de Janeiro è una città dai molti contrasti e quindi creava un terreno fertile a una storia “forte” come questa.

 

Hai preso spunto da qualche fatto realmente accaduto?

No, non questa volta. Mi è capitato, ma non è mai stato un punto di partenza per scrivere una storia; magari ne sono stata influenzata in modo inconsapevole e me ne sono accorta solo alla fine, o addirittura dopo un bel po’ di tempo che l’avevo scritta. Spesso è l’emozione che mi rimane addosso a farmi scrivere, non l’evento in sé.

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Come descriveresti il protagonista della tua storia?

Il protagonista del mio racconto è un personaggio conflittuale: disperato e nello stesso tempo consapevole di avere delle risorse; per certi versi rassegnato, ma nello stesso tempo determinato a raggiungere il suo obiettivo. Forse è uno dei tanti “piccoli pesci” della malavita che non si vuole fare molte domande su quello che fa, su quello che le sue azioni produrranno, per non avere tanti sensi di colpa; preferisce rimanere nell’eventualità che magari “farà felice qualcun altro”. È anche una persona che si è stancata di essere povera, ma nello stesso tempo nutre una sorta di disgusto per la gente ricca e forse nel profondo di sé non vorrebbe mai essere come loro; ed è sensibile alla bellezza e di fronte ad essa gli cadono le difese.

 

“Chi è povero e non ride se la passa male qui”… questa frase racchiude un po’ l’anima dei brasiliani, il loro sorriso triste che nasconde sempre una profonda “saudade”… la malinconia per ciò che è stato perso o per ciò che non si ha mai avuto. Quant’è presente la “saudade” nella tua vita e quanto influenza (se ciò avviene) la tua scrittura?

Se ho capito bene cos’è la “saudade” (un mix di sfumature nostalgiche impossibile da tradurre con una sola parola nella nostra lingua) la provo, a volte, quando penso alle persone care che ho perso, a mio padre soprattutto, alla spensieratezza dell’infanzia che so che non rivivrò più. È un emozione dolorosa, triste, mi dà un senso di perdita e non mi ci tuffo con piacere. E se mi ci tuffo cerco di venirne fuori il prima possibile. Preferisco rimanere nel presente, anche se spesso, purtroppo, mi ritrovo a sguazzare nel futuro. Sì, come tutte le emozioni è possibile che influenzi la mia scrittura, non ci ho mai pensato.

 

Raccontaci brevemente come avviene l’atto di scrivere per te, ad esempio in quale momento della giornata preferisci scrivere e dove lo fai, quanto tempo di solito impieghi per dar vita a un racconto

Come ho già detto sono principalmente le emozioni che mi fanno scrivere: può essere un film, un avvenimento particolare, la lettura di un libro. Ultimamente è il teatro che mi dà maggiore ispirazione. Prima di buttare giù la seconda parte di questo racconto, per esempio, ero stata a teatro a vedere Gabriele Lavia in Sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij. Non ho un momento preciso per scrivere ma, non so se è un caso, ho notato che le cose migliori mi vengono di notte. Forse perché ho bisogno del silenzio per far risuonare i personaggi dentro di me. Ci sono racconti che hanno richiesto mesi, altri che ho scritto di getto in una sola notte. Questo racconto l’ho scritto in due giorni. Metto molto tempo, però, a revisionarli e, se posso, li lascio fermi per un po’ prima di rimetterci le mani. Cerco di allontanarmene il più possibile per non avere pietà nei tagli e nelle correzioni tentando di convincermi che li ha scritti qualcun altro per vincere l’attaccamento, ma non è facile. È una continua e stimolante sfida con me stessa.

Maurizio Mari. Scrivere come uno scultore: in levare

di Silvia Costantino

Per prima cosa, ti chiederò di parlarci di te, in poche righe: i tuoi interessi, le tue letture…

Ho quarantasette anni e lavoro nel mondo delle spedizioni. Vivo a Prato, assieme al mio compagno. Leggo da quando mi hanno insegnato a farlo. Alcuni autori sono diventati, nel tempo, dei punti di riferimento e di ammirazione: Bassani, Moravia, Scerbanenco, Ian McEwan, Piero Chiara, Thomas Mann o un grande romanziere ungherese come Ferenc Körmendi. Altri sono stati degli innamoramenti passeggeri, poi abbandonati: Stephen King e David Leavitt, due su tutti. Ricordo da bambino i gialli Mondadori, disseminati per casa da mia madre, e che mi divertivo a leggere. Sono felice quando capitano le belle scoperte, come un racconto che ho appena finito di leggere: Non guardare adesso di Daphne du Maurier, pura suggestione, terrore, emozione. È questo che continua a divertirmi della lettura, il piacere della scoperta, il gusto di aggirarsi in un territorio ancora da esplorare. Per il resto, sono appassionato di cinema e musica (le canzoni sono racconti, no?) e mi piace, per divertimento, camminare e fotografare: due modi, in fondo, per osservare ciò che ho intorno e coglierne i dettagli, i particolari.

 

…e le tue scritture: ti ricordi il tuo primissimo racconto? A che età lo hai scritto, e per chi?

A differenza della lettura ho cominciato a scrivere solo quattro anni fa. Ogni tanto qualcuno, conoscendo la mia curiosità e amore per i libri, mi domandava perché non scrivessi: semplicemente non ne sentivo l’esigenza. L’inizio è stato per caso: in un periodo di tensione emotiva al lavoro, ho scoperto una “via di fuga”. Mi sedevo davanti al pc buttando giù qualche pensiero, ricordo e condividendolo sulla mia pagina Facebook. Poi tutto questo ha preso la forma del racconto. Ho cominciato a inventare delle vite, come delle piccole biografie, sicuramente influenzato da Pontiggia, altra mia passione letteraria. Il primo racconto degno di questo nome l’ho scritto, appunto, nei primi mesi del 2013, per me. Ricordo di aver provato, rileggendolo, una forte emozione; l’ho sottoposto ad una cara amica. Mentre lei procedeva con la lettura, io, di nascosto, ne spiavo la reazione: alla fine si è sciolta in un gran pianto e questo mi ha gratificato.Trovo sia molto bello riuscire a emozionare attraverso le parole. Un’immagine è stata il punto di partenza per quella prima storia: una bambina stanca che gioca in una stanza vuota. Da questo sono partito per raccontare una vicenda di abuso sessuale domestico. Fin da subito ho provato a cimentarmi con temi forti, quali tabù, dolori, perdite, provando a esplorare la “parte oscura” che è dentro gli uomini e le loro reazioni quando sono esposti a forti tensioni emotive.

 

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Prediligi le storie lunghe o la brevità?

Prediligo il racconto breve, entro le quattro cartelle. È proprio il mio formato, un abito tagliato su misura. Credo che in uno spazio “breve” si possano condensare al meglio le emozioni per farle poi detonare. Insomma, solo racconti. Non ho romanzi nascosti nel cassetto.

 

In che modo ti prepari alla scrittura di qualcosa?

Poco sopra ho spiegato la genesi di uno dei miei primi racconti. Altre volte è diverso. Ricordo un dopopranzo: mentre camminavo verso casa mi è venuta in mente la storia di un uomo perbene, un professore che si rifugiava all’estero, per allontanarsi fisicamente dal fratello, un assassino. Ecco, appena rincasato mi sono messo al pc e ho scritto, di getto, un mini romanzo, raccontando il senso di colpa dal punto di vista del fratello innocente. Oppurfe due anni fa, durante un pranzo, un’amica mi ha raccontato la vicenda del suo trapianto di reni; le sue parole mi hanno ispirato la storia di una dimissione, proprio il percorso fisico verso casa dopo mesi di ospedale, articolando la storia di due sorelle unite da questo dolore. Non studio un racconto, non preparo uno schema, non stabilisco prima il numero dei personaggi. Comincio a scrivere partendo da un’immagine, da un’idea, dalle parole di qualcuno ed è buffo vedere come, a volte, la narrazione si “sposti” da tutt’altra parte. Mi capita raramente di buttar via un racconto, o interromperlo. Quasi sempre riesco a portare in fondo l’idea di partenza, a costruirci intorno una storia; anche se non sempre il risultato è come l’ho pensato. Basta essere curiosi e immaginare cosa c’è dietro le comuni vicende della vita e la “penna” è pronta a partire. Il mio compagno se ne accorge subito e chiede se ho la “vena”: tradotto significa che mi sto per immergere nella scrittura!

 

Il tuo racconto, “Una nuova estate”, segue un ritmo interessante, il tempo si condensa e si dilata continuamente. Come hai pensato di costruirne la struttura? Quanto c’è di ragionato e quanto di istinto?

Nella mia scrittura c’è molto istinto. Per questo, come ho spiegato nell’intervista per il #numerotre, sono assolutamente convinto della necessità di un lavoro di editing. Scrivere di getto va bene ma poi si deve intervenire per smussare, precisare, mettere a fuoco, correggere. Mi piace lavorare come uno scultore che intaglia il marmo, in levare. Scrivere di getto e poi, togliere materiale per raggiungere un risultato migliore. Nel caso di Una nuova estate l’ho scritto in una serata, utilizzando fin dal principio la scansione in capitoli, ciascuno dedicato a un personaggio, a un evento o una stagione. L’incipit mi ha suggerito da subito un tempo stringente, decisivo, inesorabile. L’unica incertezza iniziale riguardava “l’estensione” del conto alla rovescia; non voglio svelare troppo ma immaginavo di raccontare solo “gli ultimi dieci minuti” della vita del protagonista; poi l’idea mi è sembrata banale e l’ho ribaltata, articolando la narrazione tra passato e presente e concedendomi perfino il divertimento di utilizzare tempi verbali diversi per ciascun capitolo, facendo convergere il tutto nell’epilogo, quasi un racconto a sé, in cui si “tirano le fila” ed esplodono le suggestioni dell’incipit.

 

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Il protagonista è un uomo disarmato eppure feroce, un violento un po’ narcisista e un po’ ingenuo… cosa ti ha ispirato nella creazione di questo personaggio?

Mi piacciono le luci e le ombre. Nessuno di noi, salvo eccezioni, è assolutamente buono o cattivo. In questo caso volevo arrivare a far provare un’emozione per un uomo violento, quasi una tenerezza nei suoi confronti. Nel racconto, a parte il tema che affronto nel finale e che non voglio svelare, non c’è un giudizio morale. C’è una narrazione quasi fredda, cronachistica, lo svolgersi della vita di un uomo feroce e narciso. E la sua conclusione. Diciamo che “suggestioni d’oltre oceano”, vicende dolorose di condanne sono sicuramente rispuntate fuori durante la scrittura.

 

La tua è una delle storie più cupe di tutto il numero. Cosa ha fatto scattare la molla, nell’incipit che ti abbiamo dato?

L’idea del tempo che può essere riempito con un gesto seriale e banale come “fumare una sigaretta” oppure con un gesto definitivo e gravido di conseguenze come “uccidere un uomo”. Mettendo insieme le due immagini descritte con “far male l’amore” mi è venuta in mente la storia di un uomo che è un assassino feroce, incapace di fare l’amore in cui trova spazio, alla fine, pure un’ultima sigaretta rifiutata… Quanto alla cupezza, non sono d’accordo. Certo la storia è claustrofobica, dura, eppure non manca una via di fuga, seppure tragica.

 

E dovessi scegliere un sentimento, uno solo, per descrivere il tuo racconto, quale sarebbe?

Il sentimento che pervade il racconto, prima sotto traccia, poi esplicito è l’isolamento, la barriera emotiva e fisica, l’incapacità di comunicare con il mondo esterno….

 

Infine: quale canzone associeresti alla lettura, e perché?

Rispondo d’istinto: Perfect day di Lou Reed. Semplicemente perché le parole e la musica si sposerebbero perfettamente con l’immagine del mio protagonista che cammina da solo, in estate, lungo la spiaggia al tramonto e nasconde pensieri dolorosi in contrasto con la calma esterna. E poi, a ben pensarci, perché anche lui ha qualcosa che lo trattiene e di cui riesce a liberarsi solo alla fine del suo giorno perfetto.

Niccolò Cannata. In realtà il tempo non esiste

di Elisa Zuri

 

Niccolò Cannata ha scritto per il #numeroquattro di con.tempo “Ricordi sotto chiave”. È il suo primo racconto con la nostra rivista e siamo curiosi di conoscerlo.

Niccolò, iniziamo da te. Raccontaci qualcosa di quello che fai, di cosa ti sta a cuore.

Ho 25 anni e sono uno studente di Lingue e Letterature Europee e Americane. Oltre a questo, ho altri due interessi principali: la musica e la scrittura. Con la musica da circa un anno sto portando avanti un progetto insieme a dei cari amici e colleghi strimpellatori. Per quanto posso, cerco di vivere alla giornata, senza mai tralasciare i miei interessi e le mie piccole speranze. Tra le cose che mi stanno più a cuore credo ci sia il condividere il più possibile il mio tempo con persone che ritengo vere, eccezionali nella loro semplicità d’essere e, insieme, proteggere con costanza la mia personalità dai quotidiani attacchi della società in cui viviamo. Una società che ti riempie di paure, che è sempre pronta a consigliarti di evitare il rischio e scegliere la strada più “facile”, che cerca in ogni modo di spegnere o demotivare ogni idea o vocazione presente all’interno dell’individuo per poi poter gestire più comodamente una massa di fantasmi molle e uniforme.

 

È da tanto che scrivi? Che ruolo ha la scrittura tra le cose che fai?

Il vizio di scrivere è iniziato durante le scuole medie e per questo devo ringraziare la mia professoressa di Lettere che, come mai nessun altro docente in tutti questi anni, è riuscita a introdurmi piacevolmente nel mondo della narrativa e della poesia. Certo, è anche vero che prima dei 18 anni ho scritto abbastanza poco e quasi sempre a tempo perso. Solo dopo essermi iscritto all’Università ho cominciato a essere più costante e a dare alla scrittura maggiore importanza. Mi sono accorto che poteva costituire un mio piccolo mondo privato dove tutto quello che mi passava per la testa poteva realizzarsi in semplici parole, dove sfogare le rabbie, i miei pensieri, sentirmi bene. Non dico che scrivo tutti i giorni, anzi. Diciamo che lo faccio quando ne sento davvero il bisogno. Poi, ovviamente, la scrittura ha per me un ruolo importante nel connubio con la musica: scrivere un testo e poi adattarlo anche al più semplice giro di accordi è, dal mio punto di vista, una delle cose più belle e magiche che ci siano.

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Come scrivi un racconto? Vengono prima i personaggi o la trama?

Ogni volta che mi viene in mente qualcosa da scrivere cerco di focalizzarmi prima di tutto su chi potrebbe portare avanti questo qualcosa e far sì che da “qualcosa” vada ad assomigliarsi poi a una storia. L’ambiente è sempre importantissimo, ma, per come la vedo io, rimane sempre una conseguenza o un adattamento successivo alla scelta dei personaggi. Lo stesso la trama. Mi piace pensare al fatto che siano i personaggi che, con le loro individualità e i loro movimenti caratteristici, portino avanti passo dopo passo gli avvenimenti. Ovviamente, dopo aver scelto i personaggi principali, c’è una stesura iniziale della trama, di una rete di linee guida da cui partire, anche se a lavoro concluso la storia mi si presenta sempre con un volto del tutto nuovo e per certi versi inaspettato.

 

Nel tuo racconto, con abile leggerezza, parli di “banalità del male”. Hai letto Hanna Arendt? Ha influenzato il tuo pensiero? Ci sono degli scrittori o filosofi a cui sei particolarmente legato e a cui ti ispiri?

Non penso che per constatare quanto possa essere banale il male serva necessariamente aver letto un qualche testo che tratti in maniera specifica il tema. Purtroppo il male (e la sua banalità soprattutto) può risultare perfettamente tangibile anche solo osservando attentamente il mondo che ci gira attorno. Con questo non voglio dire che leggere certi autori o certi libri sia inutile. Anzi, visto che non conosco Hanna Arendt e che l’avete citata in relazione al mio racconto, credo proprio che leggerò qualche suo testo il prima possibile. Per il resto posso dire di trarre ispirazione da vari autori sia legati alla letteratura italiana (Pirandello, Buzzati, Pasolini, Calvino…) che al mondo letterario internazionale (Joyce, Orwell, Poe, Hemingway…). Poi, in verità, credo fermamente nel fatto che ogni cosa sia potenzialmente, a modo suo, fonte d’ispirazione. L’idea di partenza per un testo può arrivare in ogni momento della giornata, può essere suggerita da un luogo particolare, dalla visione di un film, dall’ascolto casuale di una canzone o da una semplice passeggiata.

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Nel tuo racconto si parla di zone d’ombra della memoria e di legami conflittuali. Pensi che dimenticare alcuni fatti aiuti o incrini le relazioni?

Penso che dimenticare sia impossibile. Almeno, dimenticare ciò che, nel bene e nel male, ci ha fatto arrivare a quello che oggi chiamiamo “presente”. Forse solo chi si fa divorare completamente dalla pazzia è in grado di dimenticare davvero, o forse no. Ci sono cose che rimangono incagliate troppo in profondità, soprattutto se queste cose possiedono un nome e una faccia che saremmo in grado di riconoscere ovunque. E forse è giusto così. Alla fine, anche le cose che ci hanno fatto soffrire, di qualunque cosa si tratti, sono parte di noi. Per questo credo che la giusta via da seguire in questo senso sia quella di accettare, con l’aiuto del tempo, quella sofferenza per poi poterla utilizzare a proprio vantaggio, come spunto di crescita personale e come arma invisibile con la quale imparare a difendersi e conoscersi meglio. La cosa più sbagliata è non farci i conti, col passato, coi ricordi. Paradossalmente più ci si vorrebbe allontanare dai fantasmi di ieri e più questi ci vengono a fare visita. In questo modo si rischia di vivere solo nel passato o, meglio, di smettere di vivere.

 

Che rapporto hai con il tempo? Amico o nemico?

Il tempo è mio amico e mio nemico allo stesso tempo, così come credo lo sia per tutti quanti. Ci sono momenti in cui vorrei andasse più veloce, altre in cui vorrei si fermasse o, almeno, rallentasse solo un po’. Mi ha affascinato da sempre il fatto che per ognuno di noi passi in modo differente, a seconda dei momenti che si vivono. E qui sta un altro paradosso: il tempo condiziona costantemente le nostre vite, ma in realtà, come dice qualcuno, non esiste.

 

Per dirla con Francesco Piccolo, ci racconti un tuo momento di trascurabile felicità? Ci dai un consiglio per averne uno?

I momenti di trascurabile felicità per me rappresentano la vera felicità! Peccato che troppo spesso passino inosservati. Sono quelli i momenti in cui davvero puoi sentire di essere ancora vivo, di respirare ancora, anche se sei stato appena messo al tappeto o hai subito una qualche delusione. La felicità è quasi sempre considerata come un qualcosa che nasce e muore nel mondo materiale, ricollegata spesso ad episodi facilmente riconoscibili sfogliando, anche in maniera distratta, il catalogo dei ricordi: un regalo ricevuto, il giorno della laurea o del diploma, la prima volta che si guida la macchina, il primo bacio, ecc… Ogni tanto però ci si può sentire felici anche senza una vera e propria motivazione, anche solo per un piccolo pensiero passeggero o perché, più semplicemente, ci si sente così. Un mio momento di trascurabile felicità… potrebbe essere quando mi capita di rompere una corda della chitarra mentre sto suonando e mi accorgo di non averne di riserva. All’inizio il desiderio di appiccare il fuoco alla sala prove è molto forte, poi però mi rendo conto che difficilmente potrei essere in un posto migliore o con persone migliori di quelle che ho intorno e mi viene da sorridere. Non saprei cosa consigliare a qualcuno per far sì che possa sperimentare uno di questi momenti. L’unica cosa che posso dire è che se mai vi capitasse e li riconosceste come tali, non trascurateli.

Thomas Green. La scrittura è lettura

di Alberto Di Matteo

Se è vero, come è vero, che un autore non è tutto nelle sue opere, cerchiamo di conoscere Thomas Green, autore del racconto “Il discrimine”, pubblicato sul #numerotre di con.tempo. Cominciamo da nome e cognome: Thomas Green. Uno pseudonimo o tradisce origini non italiane?

Uno pseudonimo che tradisce origini non italiane. Scrivere nella lingua madre, che non è la lingua padre. Nella realtà le persone si muovono e possono, persino, avere una doppia cittadinanza. O nessuna. O averne di finte.

 

Cosa è per lei la scrittura? Passione? Divertimento? Ambizione? Sogno? Professione? O tutte queste cose insieme?

Lettura. La scrittura è lettura restituita attraverso segni su un foglio. Si legge con i sensi e si restituisce scrivendo, almeno nel mio caso.

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Sempre difficile autodefinirsi, ma se lei dovesse definirsi con la breve descrizione di un personaggio letterario, cosa scriverebbe? Le chiedo uno sforzo di sintesi estrema…

Scriverei: Un picchio. Tump, tump.

 

Nel suo racconto si citano alcune opere di Stephen King. E in effetti nella sua scrittura sembra esserci qualcosa della ossessività dell’autore americano e di certa narrativa horror. Ci si riconosce? E quali altri autori influenzano il suo scrivere?

In questo racconto le opere di King dovrebbero aprire delle porte, incuriosire, se poi si notano altre influenze, di tipo narrativo, ok. Non mi ci riconosco, ma spesso uno sguardo esterno nota qualcosa invisibile a noi. Potrei citare autori e autrici per me importanti, ma che il mio scrivere abbia tracce di loro influenze dubito, non sono così bravo.

 

Dove scrive di solito? Ha un suo luogo preferito? E preferibilmente in quale parte della giornata? Ha qualche piccolo grande rituale prima dopo o durante l’atto di scrivere?

Alla scrivania, al computer, nello studio, quando la testa è pronta, a volte anche se non è pronta. Ma può capitare di scrivere altrove, magari a mano. Nessun rituale.

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Nel suo racconto si sceglie di raccontare una storia, per così dire, di violenza domestica dal punto di vista di un ragazzo di 12 anni: perché tale scelta?

È nato così.

 

E allora da quale suggestione, spunto o immagine è nato Il discrimine?

Dalla parola “discrimine”. Poi è venuto il rumore, quindi il ragazzino, etc. La scelta si è mostrata durante la scrittura, non prima.

 

Se rivede, rimaneggia e ri-scrive le sue opere, quanto e come ri-scrive?

Rileggo e ri-scrivo abbastanza, parole, frasi, brani, pagine, punteggiatura, cambio, sposto, aggiungo, cancello. Faccio leggere a persone fidate, le ascolto. Approfitto e ringrazio le persone di con.tempo che hanno lavorato al racconto con me: Silvia, Valentina, Carlo.

 

Può dirci qualcosa del prossimo racconto che scriverà?

Un racconto a quattro mani. L’altro autore è Alberto Di Matteo. È un’intervista. Sta volgendo al termine… Adesso. Fine.

p.s.: del racconto dopo questo non so ancora niente. È che mi scrivono così.

Maurizio Mari. Emozionare con la scrittura

di Daria Porciatti

Raccontaci una tua giornata-tipo. Quale posto riservi alla pratica della scrittura nella tua quotidianità? Hai qualche rito irrinunciabile? Un luogo d’elezione o un momento preferito della giornata?

Lavoro in un’azienda, mi occupo di spedizioni. Mi piace molto questo aspetto pratico della mia vita, sporcarmi le mani. Lavoro di pomeriggio e sera per cui ho sempre la mattinata libera; mi alzo, faccio una colazione abbondante, sbrigo le cose in casa (convivo con il mio compagno da oltre dieci anni) ed esco per lunghe camminate in solitaria durante le quali penso e, qualche volta, elaboro una storia. Vere e proprie frasi che prendono vita da un’immagine attorno alla quale si sviluppa il racconto. Scrivo regolarmente da tre anni. Le parole finiscono su carta prevalentemente di sera, dopo il lavoro. Inizialmente erano piccole storie, spunti, ricordi che pubblicavo via via sulla mia pagina facebook. Poi sono seguite storie più strutturate. Ho inviato un mio racconto a un concorso letterario, vincendolo. E ho cominciato a credere che potevo trarne qualcosa di più serio.

 

Cos’è la scrittura per te? Un esercizio paziente o un atto istintivo e liberatorio?

La scrittura è un atto di introspezione; in genere rielaboro storie familiari o raccontate da amici e le filtro attraverso le mie esperienze personali. Spesso dopo avere scritto un racconto apparentemente molto lontano da me, mi accorgo che dentro ci sono io o qualcuno a cui voglio bene.

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Nel tuo racconto il tema ‘dietro le quinte’ è affrontato da un punto di vista singolare, quello di chi può ormai solo guardarsi vivere dal di fuori senza poter intervenire in modo attivo sulla realtà. Da dove viene questa particolare declinazione del tema?

Anche in questo caso, appunto, si tratta della rielaborazione di una vicenda reale, nella fattispecie accaduta ad una famiglia che vive accanto ai miei genitori. Mia mamma, di tanto in tanto, mi parlava di quest’uomo che ‘vive’ in una clinica, e della sua famiglia per la quale la vita è andata avanti: i figli sono cresciuti, la moglie ha naturalmente continuato con le proprie esperienze, insomma, ‘tutto ha continuato a scorrere’. Ho provato a immaginare di trarre una storia da questa vicenda, pur non conoscendone direttamente i protagonisti. Io sono una persona comune e, come tale, ho una vita ordinaria, tranquilla. Tuttavia credo sia da ricercare proprio nelle piccole il cose il senso dell’esistenza.

 

Il ‘retroscena’ che indaghi nel tuo racconto è uno dei misteri più insondabili con cui si trova dover fare i conti l’essere umano. Com’è stato interrogarsi e misurarsi su un argomento così doloroso?

Anche io, come tutti, ho sofferto abbandoni, malattie di persone care, morti precoci. Qui mi sono soffermato più che altro sull’aspetto della solitudine. Credo che il protagonista del mio racconto sia, prima di tutto, una persona sola. Anche senza aver provato tragedie così grandi, ho sicuramente passato alcuni periodi della mia vita in cui ho sofferto di solitudine. Dopo i vent’anni ero chiuso in un blocco emotivo; mi sentivo dentro una scatola, un cubo senza poter uscire…

 

Al di là della situazione piuttosto rara descritta nel tuo racconto, capita in effetti anche nella vita di ognuno di noi di sentirsi come il protagonista, incapaci di esprimersi e di far sentire la propria voce. Potremmo definire in senso lato il tuo testo un racconto sull’incomunicabilità?

Senz’altro. Il racconto parla del dramma dell’assenza completa di scambio di vita. Nonostante il conforto delle persone care, quando non vi è più questo scambio, non so se abbia senso parlare di vita. Perciò forse è questo il senso del racconto: una vita anaffettiva (quale che sia il motivo che la provoca) è una vita dietro le quinte, un vivere senza vivere.

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Qual è stata la tua esigenza primaria mentre scrivevi, quale sentimento volevi suscitare nel lettore?

Quello che vorrei fare con la scrittura è emozionare. Ho sempre amato leggere a voce alta. Mi capita, a volte, di immaginare le mie storie lette da un attore, quasi recitate, per procurare emozione agli ascoltatori. Ho letto molto in passato (ora con la scrittura sto leggendo meno). I miei modelli sono tanti e ambiziosi: Moravia, Bassani, Scerbanenco, Ian McEwan. Mi sento, per questo, uno ‘scrittore abusivo’ anche se, in fondo, chi scrive ama essere letto ed è vagamente esibizionista.

 

Sei un giudice severo verso le tue creazioni? E soprattutto.. noi lo siamo stati? Come hai vissuto l’esperienza di editing?

Tendenzialmente scrivo d’istinto ma sono convinto che le regole aiutino a migliorare il proprio lavoro. Per questo l’esperienza di editing è stata fondamentale, molto faticosa e molto utile. Ha smussato la parte più ridondante della mia scrittura facendomi intravedere altre possibilità. Scrivo regolarmente da tre anni, ma il mio è un lavoro artigianale. Credo sia fondamentale lo ‘sguardo’ di un addetto ai lavori. E non parlo solo di interventi tecnici ma proprio di editing sostanziale che, pure molto faticoso, aiuta lo scrittore a cogliere aspetti della sua scrittura che altrimenti rimarrebbero nascosti o inesplorati.

Rosanna Franceschina. Scrivere l’è bello, ma una gran fatica.

di Sergio Villani

Visto che è la tua ‘prima volta’ con con.tempo, racconta qualcosa che ci permetta di conoscerti!

Quante pagine ho a disposizione per rispondere? Ci conosciamo mai abbastanza? Qualche anno fa, per esempio, non avrei mai pensato di partecipare a un concorso e adesso che l’ho fatto… ne sono addirittura entusiasta. Mi sono sempre sentita un po’ datata per queste cose. Poi ho pensato che forse sono ancora giovane nel cuore da permettermi di farlo. Lavoro e sto fuori casa per più di dodici ore al giorno, a volte per sette giorni e mi sforzo di trovare del tempo per leggere, camminare e soprattutto scrivere. In auto penso molto e tantissime volte le idee migliori mi vengono mentre faccio la coda o guido. Devo aprire i finestrini per lasciare uscire i pensieri, altrimenti non respiro! Ho due figli che amo e che sono stati per me, in alcuni momenti, l’unico motivo per cui mi sono alzata dal letto. Volevo fare l’insegnante e andare all’università ma ho avuto un mutuo sulle spalle troppo presto, invece che uno zaino per andare in giro per il mondo come si dovrebbe fare a quell’età. Ho scritto tanto ma non ho mai avuto la voglia (forse dovrei scrivere ‘il coraggio’) di farle leggere a qualcuno, tanto meno un pubblico giudicante. Un giorno, però, si è aperto il cassetto dei sogni ed eccomi qua.

cappello

Come è nato il tuo desiderio di scrivere e da cosa prendi spunto?

Il desiderio di scrivere non so come è nato, ma so che ce l’avevo ancora prima di imparare a scrivere. Immaginavo storie e poi tracciavo onde appuntite su fogli e quaderni; ancora oggi è così, mi appaiono immagini, sento frasi, avverto odori e allora mi metto davanti al computer e lascio che le mie dita picchiettino veloci sulla tastiera, intravedendo appena le parole che appaiono sullo schermo. Il più delle volte, quando sento che la storia mi piace, che sta prendendo corpo, avverto una frenesia difficile da trattenere e non vedo l’ora di continuare!

 

Il racconto che ci hai inviato era già pronto oppure lo hai plasmato sul tema proposto da con.tempo?

L’ho lasciato venire in superficie per con.Tempo. Ho pensato alla scena di questa donna, della persona che la chiama, un essere umano che esiste e non appare se non con un piccolo gesto che rende grande il bisogno. Ho sentito che mi venivano i brividi, sentivo tenerezza, una sorta di com-passione per questi personaggi e allora ho cominciato a scrivere.

 

Prendo spunto dalla tua storia e ti chiedo: hai mai raccontato almeno una bugia per aumentare la tua visibilità?

Sicuramente! Anche se adesso non ne ricordo alcuna. Ho sempre avuto una vita ricca di episodi particolari, credo invece di aver coperto delle verità per essere meno visibile. Non credo di esserci riuscita bene.

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Un aggettivo per descrivere la protagonista del tuo testo?

Non so se la protagonista è la persona o la storia della solitudine. La donna è tormentata da troppi pensieri e non ha trovato la sua strada. Ci sta lavorando e io le darei fiducia.

 

Preferisce vivere la tua vita da prima attrice o, appunto, dietro le quinte?

Alcune volte sto dietro le quinte, ma non ci riesco per molto tempo.

 

Hai un desiderio che vorresti vedere realizzato?

Sarebbe un peccato non averlo: vorrei abitare in un posto caldo e poter vivere di arte avendo la mia famiglia vicino. Non troppo vicino però! Magari un amante focoso, perché no?

 

Vuoi suggerirci un tema per uno dei prossimi numeri della rivista?

No, preferisco partecipare e scrivere racconti. Adoro le sorprese, dato che poche volte riescono a sorprendermi. Mi piace l’ansia che mi prende quando non so cosa scrivere, per poi accendermi di entusiasmo quando invece sento che sta per arrivare l’idea giusta. Scrivere, lasciatemelo dire alla fiorentina, l’è bello ma l’è un gran fatica!